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di Nadia Palazzolo

today.it, 6 aprile 2022

Attraverso il lavoro chi deve scontare una condanna può imparare un mestiere e iniziare a ricostruirsi una vita, riducendo nettamente la possibilità di tornare a delinquere. Da Nord a Sud sono tanti i penitenziari che ospitano laboratori, officine, botteghe ma i numeri non decollano.

C’è chi ha imparato a realizzare mobili e chi a sfornare pane e dolci, chi lavora i tessuti e chi è diventato giardiniere o meccanico. Costruire una nuova vita all’interno del carcere si può. I progetti sparsi in tutta Italia lo dimostrano: negli anni sono state centinaia le persone che hanno acquisito nuove capacità e una volta ritrovata la libertà hanno potuto sfruttare quanto imparato per ricominciare a vivere.

Nelle carceri in cui si lavora, inoltre, i problemi disciplinari si riducono. Calano anche gli episodi di autolesionismo, il rapporto con la polizia penitenziaria è meno teso. Secondo gli ultimi dati, circa il 70% dei detenuti italiani torna a commettere reati e ritorna in carcere. La percentuale crolla però se il detenuto ha appreso un lavoro: chi ha acquisito una professionalità varca nuovamente la soglia di una cella solo 2 volte su 100. Le storie di chi impara un mestiere sono storie di successo, eppure i detenuti lavoratori sono ancora pochi rispetto al totale.

Lavorare in cella si può - La carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati definisce il lavoro “uno degli elementi fondamentali del trattamento carcerario”. I detenuti possono partecipare, a loro richiesta, ad attività lavorative, sia all’interno dell’istituto sia all’esterno. Il lavoro all’esterno è una modalità di esecuzione della pena: per i condannati per reati comuni è applicabile senza alcuna limitazione, per i condannati alla pena della reclusione per delitti particolari è applicabile dopo l’espiazione di un terzo della pena e per i condannati all’ergastolo è applicabile dopo almeno 10 anni. Il magistrato di sorveglianza approva il provvedimento del direttore dell’istituto e indica le prescrizioni cui attenersi. I condannati e gli internati sottoposti alle misure di sicurezza della colonia agricola e della casa di lavoro hanno l’obbligo di prestare attività lavorativa. Il lavoro viene retribuito in modo “non inferiore ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi di lavoro”.

Cosa si può fare - Il lavoro dei detenuti può svolgersi alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e alle dipendenze di soggetti esterni. Il lavoro alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria è di tipo domestico, industriale e agricolo. Si tratta di: gestione quotidiana del carcere: pulizie, facchinaggio, preparazione e distribuzione dei pasti, piccoli interventi di manutenzione, attività di magazzino, assistente di un compagno ammalato o non autosufficiente; produzione delle forniture di vestiario e corredo, di arredi e quant’altro è destinato a tutti gli istituti del territorio nazionale. Si avvalgono principalmente di sarti, calzolai, tipografi, falegnami e fabbri e si svolgono in laboratori e officine presenti all’interno delle carceri; le attività agricole occupano detenuti con varie specializzazioni, come apicoltori, avicoltori, mungitori, ortolani che lavorano nelle colonie agricole (case di reclusione di Isili, Mamone Is Arenas in Sardegna e nell’isola di Gorgona) e nei tenimenti agricoli presenti in circa 40 istituti penitenziari.

Nel 2000 si è introdotta la possibilità di lavorare alle dipendenze di soggetti esterni. Imprese e cooperative sociali possono avvalersi del lavoro dei detenuti, organizzare e gestire le officine e i laboratori all’interno degli istituti. È possibile anche il lavoro definito di “pubblica utilità”, praticabile “a titolo volontario e gratuito”. Può anche essere svolto all’interno degli istituti o per il sostegno delle famiglie delle vittime dei reati.

Dai mobili ai biscotti - Nella casa di reclusione di Sulmona si realizzeranno mobili e suppellettili in legno che serviranno, poi, ad arredare tutte le carceri italiane. Per il progetto, coordinato dalla direzione generale per la coesione del ministero della Giustizia, la Regione Abruzzo ha diramato un avviso pubblico per la formazione di 80 detenuti, già impegnati nella falegnameria dell’istituto di pena. Il budget stanziato per l’iniziativa è di oltre 100 mila euro. L’intervento, che coinvolge in partenariato anche il carcere di Lecce, prevede la presa in carico dei detenuti sotto ogni punto di vista: aspetti psico-sociali, formazione e sviluppo delle capacità lavorative, al fine di garantire loro un reinserimento in comunità più semplice quando finiranno di scontare la pena.

Lecce ha visto nascere e crescere il progetto “Made in Carcere”. La filosofia è quella della seconda opportunità: per le donne detenute e per i tessuti. Ironia, semplicità e creatività sono le caratteristiche che contraddistinguono le creazioni tessili “Made in Carcere”: manufatti che nascono dall’utilizzo di materiali e tessuti esclusivamente di scarto, provenienti da aziende italiane.

L’Istituto penale per i minorenni di Potenza ha avviato il laboratorio artigianale dolciario “Il Forno dei Briganti”, che produce circa 700 biscotti al giorno con ingredienti ricavati da tre ricette tutte ispirate alla tradizione lucana.

A Palermo, all’interno del carcere minorile Malaspina, è stato avviato il progetto “Cotti in fragranza”. I ragazzi imparano a preparare prodotti da forno: dai biscotti alle torte e, per Pasqua, anche la colomba. Al termine del proprio percorso detentivo, infine, i ragazzi continuano a lavorare al progetto, formandosi costantemente e acquisendo sempre maggiori responsabilità. I prodotti sfornati dai ragazzi del Malaspina hanno esordito tra gli scaffali delle botteghe equosolidali nel 2017, coprendo in pochi mesi tutto il territorio nazionale. Poi sono arrivati anche nella grande distribuzione grazie al supporto di Legacoop Sicilia Occidentale. Nel 2018 Cotti in Fragranza ha inaugurato un secondo nucleo operativo al di fuori dalle mura del Malaspina. Cotti in Fragranza ha trasformato un giardino abbandonato nel bistrot Al Fresco. Gambero Rosso ha premiato Cotti in Fragranza come miglior Progetto sociale Food d’Italia per il 2019, e oggi Al Fresco fa parte dell’Alleanza Slow Food dei cuochi, grazie a un menù che esalta le materie prime del territorio, la stagionalità e l’importanza del km 0.

A Milano la cooperativa sociale “bee.4 altre menti” segue le attività lavorative all’interno della II casa di reclusione a Bollate “per offrire opportunità di riscatto a chi ha incontrato il carcere durante il proprio percorso di vita”. Nata nel 2013 all’esordio impegnava tre persone nel settore dell’assemblaggio e tre operatori nei primi servizi di natura telefonica. Adesso ha un’importante attività nel customer service nel settore energia, ma non solo. Nell’officina “ri-genera” interna al carcere realizza servizi di revisione, riparazione e rigenerazione di attrezzature professionali legate al mondo del caffè. Presso il reparto femminile c’è un laboratorio interamente dedicato ai settori dell’assemblaggio e montaggio componentistica di vario genere, confezionamento e controllo qualità. Nel febbraio del 2021 avvia la prima esperienza di smartworking in cella grazie a un protocollo operativo assolutamente innovativo per il mondo delle carceri: i detenuti impiegati offrono servizi di assistenza telefonica alle aziende senza uscire dal penitenziario.

Come sostenere le realtà delle carceri

L’onlus “semi(di)libertà” che cura progetti lavorativi per i detenuti in tutta Italia ha lanciato la piattaforma “economia carceraria”, che aggrega i prodotti italiani fatti in carcere, ora anche e-commerce. Sul sito del ministero della Giustizia c’è poi una “vetrina virtuale” dei prodotti realizzati nelle carceri italiani, che offre un panorama delle attività svolte.

I numeri però indicano realtà floride sì, ma ancora con una partecipazione limitata. A oggi il lavoro impegna solo il trenta per cento dei detenuti nelle carceri italiane (che sono oltre 54mila). Secondo i dati pubblicato sul sito del ministero della Giustizia e aggiornati al 30 giugno 2021, i detenuti lavoranti alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria sono 15.827, ai quali vanno aggiunti 2.130 carcerati che lavorano per altre realtà. Altri 1.742 lavorano poi in ambito agricolo.

Solo una quota marginale dei detenuti è coinvolta in attività lavorative e questo a discapito degli indubbi vantaggi, economico e sociali, ma anche in termini di recidiva che sono emersi da studi e ricerche ad hoc. Il Covid poi ha complicato la situazione perché molte attività sono state interrotte per colpa della pandemia. Da qui l’auspicio delle associazioni che si occupano di realtà carceraria, una su tutte Antigone, di “tornare a investire sul lavoro all’interno e all’esterno dell’istituzione penitenziaria e che le attività formative possano riprendere” perché è il vero primo passo verso della ricollocazione nella società.