di Sergio Moccia
Il Manifesto, 20 luglio 2025
Per far fronte al sovraffollamento servono riforme. E serve un’opera radicale di “rieducazione”, ma della società e delle istituzioni. L’attuale situazione carceraria risulta insopportabile per uno stato di diritto. Eppure quest’anno ricorre il cinquantenario di quella che pareva una fondamentale riforma, attuata con la legge n. 354 del 1975, introduttiva del nuovo Ordinamento penitenziario. Fino ad allora, era in vigore il Regolamento penitenziario fascista del 1931, in cui il detenuto era preso in considerazione soltanto come oggetto della disciplina della condotta e, dunque, come destinatario di attività svolte in prima persona da soggetti dell’amministrazione penitenziaria.
Per la nuova normativa, il detenuto acquista una specifica soggettività giuridica, quale titolare di diritti ed aspettative, da far tutelare anche giudizialmente, art.4. E l’art.1, che definisce contenuto e limiti del trattamento penitenziario, fa espresso riferimento a concetti come umanità, non discriminazione, reinserimento sociale ed individualizzazione dei percorsi di integrazione.
Ma già con l’introduzione dell’art.4-bis, inserito nel 1991 ed immediatamente modificato dopo le stragi in cui trovarono la morte, tra gli altri, Falcone e Borsellino, si ebbe una battuta d’arresto. In base al disposto del famigerato 4-bis, si limitarono fortemente i benefici penitenziari per gli autori di reati di mafia e di terrorismo che non ‘collaboravano’ e poi, man mano, per tutta una pletora di reati. L’elenco è cresciuto a dismisura, assecondando, così, la perenne emergenza che ha caratterizzato la politica criminale italiana degli ultimi decenni.
Per quel che riguarda il carcere, si è avuto il tradimento di tutte le promesse contenute nell’ordinamento penitenziario e nella successiva legge Gozzini del 1986, che provava a migliorare sensibilmente lo stato delle cose in materia di diritti del detenuto. Tutto ciò implica che un discorso di più ampio respiro vada immediatamente riservato alle ragioni dei detenuti, ormai ridotti, per le condizioni concrete in cui versano, ad ‘avanzi’ della giustizia. Ciò implica la revisione, in una prospettiva di rifondazione socio-istituzionale, di struttura e funzione del carcere.
Va subito ribadito che, da decenni, l’ispirazione al canone law and order ha fatto da supporto a prassi e legislazione connotate in senso autoritario, per una sempre rinnovata esaltazione del carcere: conseguenze immediate sono state il sovraffollamento, l’incremento dei suicidi e di atti autolesivi, l’abuso di psicofarmaci, in un carcere sempre più chiuso. In questo contesto va anche segnalato l’abuso della custodia cautelare o carcerazione preventiva, come viene più realisticamente definita in Costituzione la detenzione prima della condanna.
Per il sovraffollamento siamo stati più volte bacchettati da Strasburgo. Esso contribuisce fortemente a dar vita ad una situazione di degrado e malessere dei detenuti ed alla pratica impossibilità di realizzare progetti di rieducazione, così come di cura. E infatti uno stato civile deve favorire l’idea del minor numero possibile di persone penalmente perseguite che debba essere carcerizzato. Le cose, invece, stanno in maniera profondamente diversa; e ciò dipende da un’esaltazione repressiva, tanto irrazionale sul piano degli effetti, quanto deleteria sul piano dei diritti, come viene inconfutabilmente attestato dall’assenza di un incremento dei delitti denunciati.
Come da tradizione, la repressione finisce per orientarsi verso fasce di marginalità via via emergenti: gli ‘oziosi’ e i ‘vagabondi’ attuali sono i tossicodipendenti e gli immigrati. Secondo il consueto, miope schema rigoristico-repressivo, con il ben noto bagaglio di intolleranza, illiberalità, sterile simbolicità, approssimazione, ad un contrasto legittimo - purché sempre rispettoso di regole di umanità - di pur allarmanti fenomeni criminali, si abbina una repressione di tipo carcerario ingiustificata e contraria ai principi costituzionali di riferimento.
Paradossalmente, più il carcere fallisce, più ne aumenta la richiesta. Le ragioni possono essere le più diverse, ma essenzialmente ciò si verifica perché è ancora radicato l’equivoco - che un improvvido legislatore e parte dei giudici assecondano - dell’equazione carcere = giustizia, a cui si aggiunge quello insito nell’idea secondo cui più dura è la pena, maggiormente si realizza la giustizia. Nulla di più falso!
E allora che fare? Va intrapresa urgentemente un’opera di razionalizzazione e semplificazione dell’ormai illeggibile sistema sanzionatorio, così ridotto da una stratificazione normativa incoerente, confusionaria e connotata da un’estensione della discrezionalità giudiziale ben oltre i limiti della ragionevolezza, con esiti applicativi a dir poco sorprendenti.
Per far fronte al sovraffollamento va intrapresa un’ampia, articolata e generosa sperimentazione di pene principali diverse da quella detentiva, in maniera tale da consentire condizioni civili a chi resta in carcere; ovviando anche alle gravi carenze igienico-sanitarie, ma non solo, bensì creando le condizioni per un effettivo esercizio dei diritti alla cura, al lavoro ed all’istruzione.
Altrettanto immediatamente dovremmo sbarazzarci di tutti quegli arnesi rigoristici che affastellano il nostro ordinamento, a partire dalle varie ‘ostatività’ diverse dalla semplice valutazione del percorso di rieducazione del detenuto e dall’eliminazione di ogni forma di carcere duro, pur nel rispetto di eventuali esigenze di controllo stretto per casi particolari. E ciò all’interno di una riforma globale del sistema delle sanzioni, finalmente a binario unico, che si liberi di quel retaggio di inciviltà rappresentato dall’ergastolo, che è sicuramente in contrasto almeno con il principio della rieducazione, ma non solo con esso.
Contestualmente, si dovrebbe por mano ad una vera depenalizzazione, ben più incisiva delle precedenti. Successivamente, ma non troppo, si dovrà rimettere mano all’intero sistema penale, per renderlo vicino alle ragioni dell’uomo. La precondizione di queste riforme, a mio avviso, consiste in un’opera radicale di ‘rieducazione’, ma della società e delle istituzioni; se questa non avviene, saremo punto e a capo, e non solo in rapporto ai problemi del carcere, ma anche a quelli del vivere civile: allo stato attuale delle cose, e a dispetto di infondati proclami governativi di benessere diffuso, risulta, infatti, drammaticamente evidente la violazione in essere del rispetto di fondamentali esigenze di uguaglianza, solidarietà e della stessa dignità umana. Per l’immediato è assolutamente necessario un generoso provvedimento di ‘clemenza’.











