di Liana Milella
La Repubblica, 20 febbraio 2021
Drammatico appello, scritto a mano e con tutte le firme in calce, dei reclusi nel carcere romano che lamentano, per via del Covid, una detenzione dura, in sei in una cella, senza poter vedere da mesi le famiglie e i figli, e senza poter usufruire dei trattamenti.
Scritto a mano, e sottoscritto dai detenuti di Rebibbia. Un drammatico appello per la Guardasigilli Marta Cartabia che, proprio oggi su Repubblica, mette il carcere tra le priorità del suo programma di governo da ministro della Giustizia. E basta leggere la lettera per comprendere come abbia ragione Cartabia quando dice che nelle prigioni vanno garantititi i diritti umani e la funzione rieducativa della pena scritta nella Costituzione.
Ma proprio leggendo "l'accorato appello" dei detenuti di Rebibbia si ha la conferma che il mondo delle patrie galere, purtroppo, non va affatto in questa direzione. Come del resto aveva testimoniato il "Viaggio nelle carceri" condotto dalla Corte costituzionale, che aveva visto sette giudici, tra cui la stessa Cartabia, entrare in altrettanti penitenziari. E il viaggio, con l'ex presidente Giorgio Lattanzi, era partito proprio da Rebibbia in una giornata di grandi emozioni nel momento del primo incontro dei detenuti da una parte, dei giudici costituzionali dall'altra.
La lettera - "Gentile professoressa - scrivono adesso i detenuti - le chiediamo di adoperarsi affinché possa esserci restituita quella condizione di rispetto che ogni persona meriterebbe e che invece, da ormai troppo tempo, ci è sottratta, la dignità".
Essere colpevoli e scontare una pena non può comportare anche la rinuncia ai propri diritti. Scrivono ancora i detenuti di Rebibbia: "A causa dei nostri errori portiamo giustamente la nostra croce quotidiana, tuttavia non riteniamo corretto che a questo peso se ne aggiungano altri a causa dell'inefficienza del sistema penitenziario". E qui segue l'accorata denuncia di una situazione ormai abituale per le carceri italiane dove però l'esplosione della pandemia ha aggravato le carenze e le inefficienze del sistema. Con il blocco dei colloqui, lo stop ai pacchi dall'esterno, le docce negate per via della promiscuità da Covid, le ore d'aria cancellate. "L'avvento della pandemia - scrivono i detenuti di Rebibbia - ha peggiorato le condizioni di vita di chi è costretto a vivere 24 ore su 24 in celle di 20 metri quadri con sei persone". È l'antico male del sovraffollamento che, nonostante i numeri dei detenuti siano calati - da oltre 60 a 51mila - continua a ripresentarsi.
Il primo e terribile effetto, sin dal marzo 2020, è stata la riduzione dei colloqui e dei contatti con i familiari, ritenuti possibili agenti patogeni che potevano introdurre il virus nelle celle. È divenuto impossibile "incontrare i propri cari", con la conseguenza che alcuni rapporti sono stati definitivamente recisi. I detenuti di Rebibbia segnalano il drammatico rapporto con i loro figli. "Tantissimi bambini, anche in tenera età, non vedono il proprio genitore da troppo tempo". E secondo chi ha scritto alla neo Guardasigilli "nessun rimedio concreto è stato adottato dalle autorità competenti" per risolvere il problema. Perché certamente "non possono bastare pochi minuti di videochiamata per tenere in piedi i legami affettivi".
Il Covid "ha anche bloccato da mesi ogni attività di studio e di lavoro" condannando di fatto i detenuti alla più completa inattività. Senza contatti con le famiglie, ma solo pochi minuti di videochiamata, senza un sostegno terapeutico interno, senza ora d'aria, senza il lavoro dentro il carcere. Una situazione "disperata" che, denunciano i detenuti di Rebibbia, "stiamo vivendo da troppo tempo". I detenuti, nella lettera, citano Voltaire quando scrive "il grado di civiltà di una nazione si misura osservando le condizioni delle sue carceri". E poi fanno appello a Cartabia perché, "discostandosi dall'inerzia del precedente esecutivo si allinei agli altri Paesi che sono intervenuti con misure urgenti e straordinarie".











