di Luigi Manconi
La Stampa, 16 maggio 2023
Nell’arco di poche settimane, all’interno dello stesso carcere (quello di Augusta), sono morti due detenuti, uno italiano e uno russo, entrambi condannati all’ergastolo. Sono morti in ospedale dopo il rapido aggravarsi delle condizioni di salute. Il silenzio su quanto è accaduto all’interno del carcere è stato rotto solo dopo 15 giorni dal primo decesso, quando a morire è stato il secondo detenuto.
In apparenza, non ci si dovrebbe stupire, dal momento che, dal 2018, nell’intero sistema penitenziario italiano, i decessi hanno oscillato tra i 140 e gli oltre 200 nel corso di ciascun anno. Ma ciò che costituisce una macabra anomalia è che i due detenuti di Augusta sono morti a seguito di uno sciopero della fame.
Era già accaduto, sempre nel silenzio generale: nel 2009, Sami Mbarka Ben Gargi, dopo 18 giorni di digiuno nell’istituto di Pavia, perde 21 chili e muore in ospedale, dopo aver subito un Trattamento sanitario obbligatorio. Nel 2012, Virgil Cristian Pop, di origine bulgara, recluso nel carcere di Lecce, perde la vita dopo 50 giorni di sciopero della fame.
Nel 2018, Gabriele Milito, 75enne detenuto a Paola, in Calabria, dopo aver rifiutato il cibo per numerosi giorni, viene ricoverato e muore. Nel 2017, Salvatore Meloni, indipendentista sardo in carcere per reati fiscali politicamente motivati, perde la vita all’interno dell’istituto penitenziario di Uta (Cagliari), dopo 66 giorni di digiuno. Ancora: nel 2020, Carmelo Caminiti, detenuto a Messina, in attesa di giudizio e dopo la revoca degli arresti domiciliari, non assume né cibo né acqua per 60 giorni, fino a morirne.
Nei mesi scorsi, il digiuno di Alfredo Cospito ha interessato una parte dell’opinione pubblica nazionale. Per tre ragioni: perché a digiunare era un detenuto anarchico; perché la sua azione è diventata tema di un aspro conflitto politico; perché al centro della protesta c’era la questione del 41-bis, un regime detentivo speciale, sconosciuto alla gran parte della cittadinanza. In chi osservava, anche senza una pregiudiziale ostilità, l’azione di Cospito, si intravedeva un singolare atteggiamento, a metà tra lo scetticismo proprio del carattere nazionale e la diffidenza verso tutte le posizioni di principio proposte come irriducibili.
In altre parole, si pensava, comunque si troverà un compromesso e Cospito se la caverà in qualche modo. Eppure, non era assolutamente detto che le cose dovessero andare come poi sono andate. La conferma la si trova proprio nelle notizie provenienti da Augusta. Nel silenzio che le circonda, nell’apparente indifferenza dell’amministrazione penitenziaria. Come è potuto accadere che quest’ultima e, in particolare, il direttore di quel carcere, non abbiano lanciato l’allarme, non abbiano garantito un’informazione costante, non abbiano operato per evitare quell’esito tragico? Quale azione di dissuasione è stata messa in atto per impedire la perdita di altre due vite umane?











