di Gianfranco Pellegrino*
Il Domani, 31 luglio 2025
L’idea che dare la morte agli altri sia una forma di contaminazione è suggestiva, ma proviene da un pensiero magico e pre-moderno, o da un orizzonte religioso rispettabile ma controverso, che mette la vita esclusivamente nelle mani di Dio. Ci possono essere casi drammatici in cui gli esseri umani debbono amministrare la vita e la morte dei loro simili. Gli storici politici e i politologi del futuro cercheranno di capire che tipo di regime è stato quello italiano di questi anni - un regime istituzionale in cui a un ceto politico distratto si contrapponeva una Corte costituzionale estremamente avanzata su certi temi, specialmente quelli dell’inizio e della fine della vita.
E, più in generale, ci sarà da chiedersi e da capire che ruolo avranno le corti nella politica ambientalista internazionale - dati i recenti pronunciamenti della Cassazione e della Corte penale internazionale di cui ha parlato Ferdinando Cotugno su queste pagine - a fronte della decadenza del diritto internazionale in altri campi, soprattutto quelli dell’assistenza umanitaria e dei conflitti, come vediamo ogni giorno in Ucraina e a Gaza.
Ma per noi che questi tempi li viviamo, e non siamo tecnici del diritto, conta tanto quello che i giudici dicono quanto quello che non dicono, ma lasciano aperto. Nella sentenza 132 del 25 luglio che rispondeva al quesito riguardante la possibilità di praticare eutanasia su una paziente paralizzata senza incorrere nel reato di omicidio del consenziente, la Corte compie tre mosse. Motiva l’inammissibilità del quesito invitando il giudice da cui proviene a verificare che il paziente possa usare dispositivi che consentano il suicidio assistito come regolato dalla sentenza Cappato (per esempio, una pompa attivabile con la voce, o muovendo la bocca o gli occhi). Così facendo, e questa è la seconda mossa, la Corte invita a coinvolgere l’Istituto superiore di sanità, in quanto organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale.
In questo modo la Corte implica che il Servizio sanitario nazionale rimanga l’organismo preposto ad amministrare questo tipo di decisioni, contrariamente a quello che prevederebbe il disegno di legge sul fine vita proposto dalle forze di governo, in discussione in questi giorni. Infine, la Corte ribadisce che le persone nelle condizioni stabilite dalla sentenza Cappato hanno il diritto al suicidio assistito in quanto persone fragili che hanno libertà di autodeterminazione: realizzare la volontà del paziente rimane il fine ultimo dei trattamenti di fine vita.
La Corte sta dicendo che pazienti in certe condizioni possono esercitare la propria volontà di porre termine alla loro vita in una serie di modi molto ampia: possono, per esempio, comandare una pompa che inietti un farmaco tramite la voce o il movimento degli occhi. L’idea è che anche questi piccoli movimenti siano un mezzo idoneo a manifestare la propria volontà e ad esercitare la propria autodeterminazione.
A questo punto il passo verso l’eutanasia è brevissimo. Immaginiamo un paziente che non possa neanche parlare, né muovere gli occhi, ma abbia manifestato chiaramente la sua volontà. Quali sarebbero le argomentazioni per impedirgli di porre termine alla sua vita con l’aiuto del medico? Che differenza c’è fra manifestare la propria volontà muovendo gli occhi o la bocca o emettendo suoni, oppure farlo con altri mezzi, per esempio con un documento scritto prima? Per dire che in questi casi le cose stiano diversamente ci sono solo tre argomentazioni: il medico che si presti ad aiutare un paziente a morire, quando non possa fare altrimenti, si contamina, oppure tradisce la sua missione o, infine, potrebbe abusare di queste possibilità. Ma, come ho detto su queste pagine in precedenza, la missione del medico non è far vivere i pazienti a tutti i costi, anche condannandoli a sofferenze estreme e non volute e gli abusi si possono evitare con leggi scritte bene. L’idea che dare la morte agli altri sia una forma di contaminazione è suggestiva, ma proviene da un pensiero magico e pre-moderno, o da un orizzonte religioso rispettabile ma controverso, che mette la vita esclusivamente nelle mani di Dio. Ci possono essere casi drammatici in cui gli esseri umani debbono amministrare la vita e la morte dei loro simili. Quello che si deve evitare è costringere le persone a vivere una vita che non vogliono vivere.
*Filosofo











