di Luigi Manconi
La Repubblica, 10 febbraio 2023
Il Festival è stato, nella storia nazionale del secondo Dopoguerra, una categoria dello spirito e del corpo destinata a contenere e a manifestare tutti i segni e i segnali di una società in rapido mutamento. È questo che sfugge alla destra.
Mercoledì 8 febbraio, all’interno del quadro politico nazionale, il conflitto a più bruciante intensità ideologica era quello che opponeva Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture, ad Amedeo Umberto Rita Sebastiani, in arte Amadeus, direttore artistico e conduttore del Festival di Sanremo. Il primo affermava di “non vedere il Festival” e il secondo replicava che “da quattro anni Salvini se la prende con Sanremo: basta non guardarlo”.
Dallo scambio di battute, non appariva così evidente che, tra i due, il più rassomigliante a uno statista fosse il vicepremier leghista. Penso, in altre parole, che la rassegna canora di Sanremo andrebbe imposta come materia di studio obbligatoria a quanti rivestano qualsiasi mansione pubblica.
Per dirne una, se il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano avesse analizzato con zelo professionale quanto accadeva nel corso degli anni in quella cittadina ligure, probabilmente avrebbe evitato le scombiccherate amenità di alcune sue recenti interviste. E avrebbe scoperto che lo scacco culturale della destra non si deve al fatto che la sinistra abbia ostacolato la pubblicazione delle opere di Benedetto Croce (solo negli ultimi mesi si sono avute numerose ristampe) perché “ritenuto troppo conservatore”.
La marginalità della destra si deve, piuttosto, alla sua estraneità ai grandi processi di trasformazione culturale del Paese. Il Festival di Sanremo è stato, nella storia nazionale del secondo Dopoguerra, una categoria dello spirito e del corpo destinata a contenere e a manifestare tutti i segni e i segnali di una società in rapido mutamento: i sintomi più visibili, che increspano la superficie dei gesti e delle parole, e quelli più profondi e sotterranei.
Due esempi. Nel pieno dell’esplosione dei movimenti giovanili e studenteschi, il primo febbraio del 1968, Sergio Endrigo cantava: “La festa appena cominciata è già finita/il cielo non è più con noi”, quasi annunciando una prossima e dolorosa sconfitta. Due anni dopo Adriano Celentano e Claudia Mori interpretavano Chi non lavora non fa l’amore: non una canzone “reazionaria”, come si disse, bensì la prova di quanto “l’autunno caldo” e la lotta operaia avessero condizionato i rapporti sociali e le stesse relazioni interpersonali, riproducendosi in ambito familiare e nel conflitto tra i generi.
Il termine gramsciano “nazional-popolare”, ancorché abusato, si confà perfettamente - nonostante l’insignificanza di tante edizioni - al Festival, in quanto espressione di un insieme di caratteri distintivi della cultura di un popolo, o di ciò che ne resta, e in quanto rappresentativo di qualcosa che richiama una identità, una idea di sé e, se non altro, una immagine. È tutto questo che sfugge alla cultura di destra e, ancor più, alla comprensione da parte di quanti, a destra, fanno opinione. Basti guardare i quotidiani di questi giorni. Fatto sta che, almeno in Italia, il carattere nazional-popolare non è assumibile né riproducibile all’interno di una forma politica guidata dalla destra e da Fratelli d’Italia, che pure ha ottenuto il 26 per cento dei consensi elettorali.
E fatto sta che le pulsioni e le passioni che percorrono il corpo del Paese sono assai più inquiete e indocili della sua presunta proiezione conservatrice sul piano politico-culturale. È quanto sta accadendo in questi giorni a Sanremo. La pressione esercitata dalla forza dei diritti che prendono la parola sul palco non è controllabile, in quanto corrisponde a movimenti di corpi, a bisogni in carne e ossa, a desideri che hanno nomi e cognomi e volti. E dunque alla domanda di libertà delle donne iraniane e dei minori detenuti a Nisida.
Fosse che Amadeus mette in scena quelle domande perché ha un tatuaggio di Che Guevara sulla scapola destra o perché si ispira a Nelson Mandela o perché è un iscritto ad Amnesty International? O perché, invece, avverte che la sensibilità per quelle sofferenze prevale sulle appartenenze partitiche e, soprattutto, attraversa la vita quotidiana delle persone, ne è umore, sentimento, emozione? Magari occasionalmente, magari per un’ora sola.
Certo, tutto ciò viene rappresentato nel Festival in maniera spesso primitiva e sempre superficiale, ed è destinato, nella gran parte dei casi, a esaurirsi rapidamente, senza quasi lasciare traccia. Ma il Festival deve tenerne conto. E se venisse nominato direttore artistico e conduttore Maurizio Gasparri - è una idea - le cose non cambierebbero, pena il fallimento della manifestazione e i conseguenti danni, non solo economici, che ne avrebbe il servizio pubblico.
Insomma, nonostante l’ossessiva cura nel proporre una diversa mentalità e una differente identità (a partire dall’insistenza su quel Nazione) tutto sembra confermare che in Italia non esista lo spazio per una espressione nazional-popolare di destra; e se vi fosse, dovrebbe prendere in prestito voci e segni, interpreti e simboli della parte avversa. In altre parole, la minorità culturale della destra italiana sembra destinata a perpetuarsi. Nonostante i successi elettorali e gli scoppi di stizza.











