sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Luigi Manconi

La Stampa, 21 marzo 2023

Chi erano i partecipanti alla manifestazione di sabato scorso, a Milano, per la tutela dei figli delle coppie omogenitoriali? Chi erano sotto il profilo degli interessi rappresentati, della mentalità espressa e della collocazione all’interno dell’organizzazione sociale? Non era una folla radical-chic e nemmeno una congrega di ceti privilegiati, come vorrebbe una certa subcultura di destra che si condanna a non capire. E sarà pure significativo che, non solo nel dibattito politico e mediatico ma anche nella discussione domestica quotidiana, il tema delle coppie omosessuali e omogenitoriali sia tanto presente e sentito.

È un errore madornale pensare che, in tempi di inflazione, i cittadini si preoccupino esclusivamente “del proprio portafogli”. Il che rivela anche un sottile sentimento razzistico: quasi che problematiche così dense di implicazioni esistenziali e morali non fossero alla portata degli strati sociali meno abbienti, ridotti a “rude razza pagana”, secondo la definizione degli operaisti di un tempo. Si sottovaluta, così, il fatto che il corpo sociale sia attraversato da una forte tensione morale in genere sotterranea, sopita e silenziosa, ma pronta a emergere quando se ne ha l’occasione; e quando questioni “di vita e di morte” interpellano la coscienza di ognuno, sollecitandone il giudizio, in base alle proprie convinzioni profonde e alla propria visione del mondo.

Come spiegarsi altrimenti i risultati referendari dei primi anni ‘70 e dei primi anni ‘80 intorno a temi squisitamente “civili” (divorzio e aborto) eppure capaci di mobilitare le grandi masse? E, all’epoca, gli oppositori e gli scettici, trattavano quegli obiettivi con la stessa sprezzante volgarità di oggi, attribuendoli esclusivamente all’area dei beni superflui, appannaggio di una borghesia già pienamente soddisfatta nei suoi bisogni e nei suoi interessi.

Oggi come allora, si pensa che l’operaio, la lavoratrice precaria, lo studente in cerca di occupazione, rimpiccioliti a figure a una dimensione, abbiano a cuore solo i diritti sociali (lavoro, salute, abitazione); e si ignora che proprio il perseguimento di questi obiettivi, rafforzando l’identità individuale e l’autonomia della persona, induce a una maggiore sensibilità nei confronti delle garanzie proprie del soggetto. Lo confermano, tra l’altro, i risultati di un sondaggio dell’istituto Demos che certifica da anni i crescenti consensi per una legge a favore dell’eutanasia, rilevati nel nord-est: in una terra, dunque, di forti tradizioni cattoliche e di larga egemonia del centro-destra. In poche parole, la volontà di autodeterminazione individuale si afferma proprio grazie all’incontro tra diritti collettivi e diritti del soggetto, dal momento che “le due categorie hanno in comune la derivazione dal diritto al rispetto della dignità di tutte le persone” (Vladimiro Zagrebelsky, La Stampa, 8 marzo scorso); e quel bisogno di autodeterminazione si rivela tanto più forte quando sono in gioco concetti fondanti l’identità personale: il nascere e il morire, il dolore e la procreazione, il rapporto con il corpo e con la natura.

Tutto questo, finora, non ha trovato una adeguata traduzione pubblica e politica per una ragione storica ben precisa: le forze del progresso, a partire da un secolo e mezzo fa, impegnavano tutte le energie e le risorse nella conquista dei diritti elementari negati alle grandi masse (dal salario all’istruzione) e su questo, innanzitutto, formavano la propria cultura e il proprio programma politico. Fu negli anni ‘70 del secolo scorso che si crearono le condizioni per una felice combinazione tra diritti civili e diritti sociali che produsse grandi risultati in entrambi i campi (dal nuovo diritto di famiglia all’obiezione di coscienza, dallo Statuto dei lavoratori all’abolizione dei manicomi). Ma nei decenni successivi si tornò a quella contrapposizione che non favorì né l’una né l’altra famiglia di diritti: il risultato è stato che nel periodo più recente si è registrato un notevole deficit delle garanzie collettive così come di quelle individuali.

Per questo la mobilitazione intorno a quello che può apparire come un dettaglio burocratico-amministrativo (la trascrizione anagrafica dei figli delle coppie omogenitoriali) è così significativa simbolicamente e materialmente. In primo luogo perché afferma come, nelle società contemporanee, quella “sovranità su di sé e sul proprio corpo”, enunciata da John Stuart Mill oltre un secolo e mezzo fa, sia più che mai attuale; e sia vissuta come irrinunciabile. In secondo luogo perché le questioni all’ordine del giorno, dalla procreazione assistita alla gestazione per altri, dai matrimoni paritari alla transizione di genere, sono strettamente legate alle trasformazioni economico-sociali e culturali, alle nuove forme di lavoro e di impiego del tempo libero, all’organizzazione delle città e dei consumi, alle problematiche della demografia e dei flussi migratori.

Altro che questioni “sovrastrutturali”, come ritiene una destra che ricorre agli stereotipi della più logora vulgata marxista. Altro che interessi “da Ztl”, secondo l’ultima scurrilità lessicale dei reazionari, che, poi, abitano tutti proprio nelle zone a traffico limitato.

Siamo alle prese con questioni decisive per il futuro delle società sviluppate. Basti tenere presente che il tema dell’interruzione volontaria della gravidanza sarà cruciale per le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti e ha già un qualche peso nella discussione pubblica italiana. L’anno prossimo sarà il sessantesimo anniversario della pubblicazione de L’uomo a una dimensione, di Herbert Marcuse. Il grande filosofo e sociologo tedesco non ha avuto il tempo di vedere come proprio in quegli anni stesse nascendo e formandosi la personalità umana “a più dimensioni”: quella (forse) più ricca e dotata di complessità di tutti i tempi.