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di Mirella Serri

La Stampa, 8 maggio 2023

Dalle violenze sdoganate nel 1969 agli “attacchi al cuore dello Stato” delle Br. I 419 morti non devono diventare un’arma della politica né essere dimenticati. “Anni di piombo”, così vennero chiamati quelli del decennio Settanta (e dintorni) del secolo scorso.

Furono anni in cui dall’estrema destra e dall’estrema sinistra vennero mietute vittime a migliaia, fra morti e feriti, in base a ideologie cieche e feroci elaborate da cattivi maestri i quali suggerivano palingenesi sociali basate sulla violenza politica. E furono anni che culminarono ma che non si conclusero con il rapimento e l’uccisione dello statista democristiano Aldo Moro, preceduta da quella della sua scorta. L’omicidio avvenne il 9 maggio 1978.

Ed è proprio questa data a essere stata prescelta nel 2007 come Giorno della memoria delle vittime del terrorismo. Il ricordo però non può essere strumento di lotta politica: questo principio è stato rivendicato anche di recente, in occasione dei cinquanta anni dal rogo di Primavalle quando un incendio doloso, innescato da un gruppo di militanti di Potere Operaio, uccise Virgilio e Stefano Mattei, di 22 e 8 anni. Per questo la giornata del 9 maggio si pone anche l’obiettivo di non dare occasione al rancore e al risentimento. Un esempio di approccio produttivo al dolore lo ha offerto Carol Beebe Tarantelli, vedova di Ezio, l’economista freddato dalle Brigate Rosse: dopo la morte del marito cominciò a frequentare a Regina Coeli i terroristi che si erano dissociati. Cercò di capire cosa poteva aver portato quegli uomini a un gesto così feroce e immotivato.

Le violenze del decennio insanguinato non furono episodi isolati. Fra il 1969 e il 1987 in Italia sono stati contati 14.591 atti di violenza politica, con 419 morti e 1.181 feriti. La fine degli anni Sessanta, infatti, segnò un discrimine: la violenza politica venne sdoganata e nel 1969 vi furono nella penisola 145 attentati dinamitardi di cui 96 sicuramente attribuiti all’estrema destra. Le conquiste sindacali di quel periodo scatenarono la reazione dei servizi paralleli e delle forze della conservazione più bieca, i quali temevano una ventata rivoluzionaria. Allo stesso tempo, quei successi sociali e politici delusero i militanti della sinistra più estrema che li considerarono pannicelli caldi, convinti com’erano che occorresse un sovvertimento radicale del sistema, anche attraverso un’eversione armata, la conquista del Palazzo d’Inverno.

In Lombardia sempre nel ‘69 si contarono 400 episodi di violenza di matrice neofascista, più di uno al giorno. Il 12 dicembre a Milano, in Piazza Fontana, l’esplosione di una bomba provocò la morte di 16 persone e il ferimento di altre 84. Quella strage segnò profondamente l’Italia: “Per la prima volta gli italiani avevano l’impressione di essere stati ingannati, traditi dal loro Stato”, scrisse Giorgio Bocca. Uomini dei servizi segreti erano coinvolti in quel “terreno vischioso che corre parallelo a tutta la storia repubblicana rappresentato dal rapporto tra gli apparati di ordine pubblico e ambienti neofascisti”, come rilevò lo storico Piero Craveri.

Il 28 maggio 1974 in Piazza della Loggia a Brescia stava parlando il sindacalista della Cisl per denunciare il terrorismo nero quando scoppiò una bomba posta in un cestino per i rifiuti e fece 8 vittime e 103 i feriti. Il 4 agosto dello stesso anno, nel cuore della notte, il treno Italicus deragliava a causa di una bomba: i morti furono 12, i feriti 44. Con gli anni Settanta presero il via le azioni criminali delle Brigate Rosse attraverso la cosiddetta “propaganda armata”. Finita la prima fase delle azioni delle Br, iniziò l’”attacco al cuore dello Stato” che colpì forze dell’ordine, magistrati, operai riformisti come Guido Rossa, giornalisti e politici. Il giorno della memoria ci ricorda dunque che il terrorismo è stato sconfitto ma anche che i diritti, la legalità, i principi della nostra Costituzione sono usciti vincitori da quello scontro. Una lezione per il presente e per il futuro.