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di Agnese Moro


Vita Nuova - Avvenire, 16 maggio 2021

 

"Le persone possono cambiare: niente è perduto se non viene abbandonato". Dalla nascita della Repubblica in poi la finalità delle pene che i giudici comminano a nostro nome a chi abbia violato le leggi è quella di rieducare chi ha sbagliato. Condurlo cioè a riflettere su ciò che ha fatto, in modo che ne possa comprendere la gravità, anche in termini di dolore inflitto a persone concrete, e non voglia più ripetere simili azioni. Mi sembra che questa scelta fatta a suo tempo dai nostri padri costituenti si basi sostanzialmente su due convinzioni: che le persone possono cambiare e che - per dirla con Mario Tommasini - non c'è niente di perduto se non quello che viene abbandonato.

Nel corso della detenzione si punta, quindi, (o si dovrebbe puntare) a sostenere questo processo di cambiamento, con l'intervento di specifiche figure professionali, con l'istruzione, il lavoro, il volontariato, il contatto con le famiglie. Il percorso e i suoi risultati sono controllati da un apposito tribunale, il Tribunale di sorveglianza, che, in base ai risultati raggiunti dal condannato, eroga specifici benefici, così come stabilito dalla legge.

Al momento però ci sono categorie di condannati, i cosiddetti "ostativi", per i quali tutto questo non vale. Si tratta soprattutto di persone che hanno fatto parte di organizzazioni criminali di stampo mafioso o di gruppi terroristici, e che, per avere i benefici previsti dalla legge, devono aggiungere al ravvedimento la collaborazione con la giustizia, fornendo informazioni (che spesso non hanno neanche più) utili alle indagini.

Di recente la Corte costituzionale, con un breve, ma importantissimo comunicato stampa, qui di seguito riportato, ha rimescolato le carte. "La Corte ha anzitutto rilevato che la vigente disciplina del cosiddetto ergastolo ostativo preclude in modo assoluto, a chi non abbia utilmente collaborato con la giustizia, la possibilità di accedere al procedimento per chiedere la liberazione condizionale, anche quando il suo ravvedimento risulti sicuro.

Ha quindi osservato che tale disciplina ostativa, facendo della collaborazione l'unico modo per il condannato di recuperare la libertà, è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Tuttavia, l'accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell'attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata. La Corte ha perciò stabilito di rinviare la trattazione delle questioni a maggio 2022, per consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi".

La palla passa quindi al Parlamento perché renda le esigenze della lotta alla mafia compatibili con i diritti che la Costituzione riconosce essere propri di ogni persona, qualunque sia la sua razza, sesso, credo religioso, provenienza, lingua, comportamento. Dice la prima parte dell'articolo 3 della Costituzione: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".

Di condizioni personali: i diritti costituzionali non sono riservati ai buoni, ma sono di tutti, anche dei "cattivi" e anche dei "cattivissimi". Una riprova? Recita l'articolo 27 della Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". E l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti".

Ma la palla, in realtà, non passa solo al Parlamento, ma anche a ognuno di noi. Recita la seconda parte dell'articolo 3: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

La Repubblica non è un ente astratto e non è un sinonimo dello Stato: la Repubblica siamo tutti noi. A noi lavorare perché la Costituzione sia applicata fino in fondo. Quando parliamo di giustizia non parliamo solo di un sistema organizzativo, di norme o di procedure. Parliamo soprattutto di ingiustizie, di torti inflitti o ricevuti da riparare, di sofferenze a cui dare voce, a verità da ristabilire. È per questo che quando si parla di giustizia si muovono sentimenti forti che rischiano di offuscare il nostro giudizio. Non bisogna però consentire che si approfitti dei nostri umanissimi sentimenti per allontanarci dalla bella strada che la nostra Costituzione ci indica. Non dobbiamo consentire né ai nostri sentimenti né a nessuno di guidarci dove non vorremmo mai andare.