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di Danilo De Biasio*

Corriere della Sera, 10 dicembre 2024

L’Articolo 45 parla di “individuo” - non di uomo, donna, straniero - e lega il “tenore di vita”, quindi il lavoro, allo stare bene. Ma oggi è proprio così? Ricordate l’indovinello “quando c’è non si vede, quando si vede non c’è”? Vale più o meno anche per i diritti umani (di cui oggi si celebra la Giornata mondiale). Quando ne possiamo godere - per luogo di nascita, per sesso o conto in banca - li diamo per scontati. I problemi cominciano quando vivi la loro assenza. Ma a differenza dell’indovinello c’è poco da ridere. Tocchiamo ferro e immaginiamo di avere un problema di salute: prima magari non prestavi attenzione agli esami diagnostici prenotabili solo dal 2026, alle lunghe code al pronto soccorso. Ma quando ne hai bisogno le tue percezioni cambiano.

Articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; e ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”. Scritta nel 1948 dai sopravvissuti alla peggiore mattanza del Novecento, la Dichiarazione resta estremamente attuale. Parla di “individuo” - non di uomo, donna, straniero, autoctono, nisseno o bolzanino - e lega il “tenore di vita”, quindi il lavoro, alle condizioni che ci fanno stare bene: cibo sufficiente, un tetto sulla testa, welfare e, appunto, cure mediche. Controprova. Mettiamo il naso fuori dalla finestra e domandiamoci se quell’articolo corrisponde all’Italia 2024. Stipendi adeguati, affitti equi, assistenza sanitaria solerte?

Mi domando cos’è successo dal 1948 a oggi, perché la parabola della sacralità dei diritti umani è precipitata. Non c’è una risposta univoca, ma sicuramente sta vincendo un’idea individualista, egocentrica e chiusa di società. È un trend pervasivo, che scende dalle élites e che piace alla gente, insomma una spirale che si autoalimenta. Comprenderlo è il primo passo per contrastarlo. Il secondo passo è aiutare chi va controcorrente. Perché solo se i diritti sono universali e paritari si sta meglio.

*Direttore Fondazione Diritti Umani