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di Domenico Alessandro De Rossi*


Il Dubbio, 9 dicembre 2021

 

In coda all'importante convegno organizzato a Roma sabato 4 dicembre dalle Camere Penali sul tema della "Riforma penitenziaria, dove eravamo rimasti", non so che tipo di carcere ideale abbia visitato uno dei relatori invitati sabato scorso, consulente da anni per l'architettura penitenziaria del Dap. Con la stessa disinvoltura con la quale Ennio Flaiano narra il paradosso nel suo libro Un marziano a Roma, quasi a lamentarsi del fatto, senza alcun imbarazzo l'oratore ha ammesso che "il carcere di oggi non fa più paura a nessuno". Non si è capito dal tono della voce se fosse seccato o deluso di ciò.

Secondo l'architetto, ormai nessuno teme più la reclusione. Per questa affermazione un vento gelido è passato dalla platea al tavolo dei conferenzieri, tra i quali il sottosegretario alla Giustizia, avvocato Francesco Paolo Sisto, il Garante nazionale professor Mauro Palma. Certamente il ghiaccio si è posato sull'avvocato Francesco Petrelli che ha sentito il dovere, in quella fase come chairman del convegno, di commentare quanto detto dall'architetto in chiusura del suo intervento, sostenendo che "la paura non può essere il metro corretto per misurare la validità del sistema penitenziario", avendo fin troppo presente cosa rappresentino alcune carceri italiane come quello di Santa Maria Capua a Vetere.

Ma alla domanda posta dal presidente dell'Unione Camere penali italiane, avvocato Gian Domenico Caiazza, del perché la questione penitenziaria in Italia sia ferma al palo da anni viene il dubbio che, ferme restando le responsabilità della politica che stenta a promuovere una riforma ragionata e seria sulla questione dell'esecuzione penale, ci sia anche una certa inerzia culturale nell'apparato amministrativo fatto di consuetudini e rapporti consolidati che vanno al di là, talvolta, dall'effettiva motivazione politica e culturale umanitaria.

Quest'ultima, in quanto non secondaria fonte per meglio comprendere l'articolo 27 della Costituzione, rappresenta anche per l'architettura il riferimento umanitario per proporre adeguate soluzioni tecniche e non ridondanti esercizi stilistici modello Nola. Dopo i fatti orribili successi a Santa Maria Capua a Vetere, per i quali solo grazie ai sistemi di videosorveglianza si è potuto fare luce sulla brutalità del carcere, chi ancora lamenti che oggi "purtroppo" nessuno abbia più paura della detenzione dovrebbe stare lui stesso lontano dai problemi del carcere per il rispetto della Costituzione e di chi suo malgrado è ristretto. Il concetto infelice rappresentato in quella sede prestigiosa si configura di fatto sinonimo del giustizialismo, interpretando ancora il carcere con l'inevitabile paura di esso come il necessario strumento e fine dell'esecuzione penale. Una opportuna riflessione in proposito non è più rinviabile.

Occorre che finalmente in Italia si affermi quell'auspicato processo virtuoso dove non prevalgano solo generiche disquisizioni di architettura di fatto inutili esercizi retorici privi della necessaria motivazione e cultura umanitaria. Anche per gli architetti quello dei diritti umani è un attributo non accessorio che dovrebbe essere la garanzia di un rispettoso procedere quando si lavora per la giustizia e per l'esecuzione penale.

 

*Vice Presidente Centro Europeo Studi Penitenziari