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di Monica Guerzoni e Virginia Piccolillo

Corriere della Sera, 22 aprile 2026

Comunque vada a finire, il braccio di ferro lascerà strascichi nei rapporti, già non privi di spine, tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Non un fiato è uscito dal Colle più alto sulle parole con cui, a Milano, Giorgia Meloni ha difeso il “buon senso” di quella contestatissima norma del decreto Sicurezza, stoppata da Sergio Mattarella. Eppure ieri è stata un’altra giornata di tensione istituzionale, di scontro in Parlamento e di arrovellamento dei giuristi del governo, che a sera però non avevano ancora trovato la soluzione del rebus. Un clima che sta tutto nell’insofferenza sfogata da Matteo Salvini: “I rilievi del Quirinale? Ormai non mi stupisco più”.

Al Colle invece si stupiscono, eccome. Il presidente avrebbe evitato volentieri il nuovo cortocircuito e il consueto “ping pong” sulle trattative, innescato dal governo. Il fastidio per la fuga di notizie è così plateale, che l’ufficio stampa ha fatto scattare una sorta di bavaglio: “Non possiamo anticipare giudizi su cose che ancora non ci sono”. Un mix di disagio, irritazione e la determinazione di Mattarella a salvaguardare l’istituzione. Ne deriva che conosceremo la sua scelta non prima di venerdì e comunque solo dopo che il fascicolo sarà approdato sul suo tavolo. Firmerà, o no? Qualche indizio c’è. Il primo è la quasi certezza che il governo non proporrà al presidente una soluzione destinata a essere respinta. Insomma, per ottenere l’agognata firma che scongiuri una figuraccia del governo e salvi il decreto, la decisione di Palazzo Chigi dovrà essere concordata. La soluzione che il governo ritiene “condivisa” è questa: oggi alle 18 si vota la fiducia alla Camera, poi la lunga notte per l’approvazione finale per evitare il terzo passaggio al Senato. 

Ma il decreto sarà approvato con la norma in odore di incostituzionalità, per cui verrà “sterilizzato” da un secondo decreto di modifica, da pubblicare nella medesima Gazzetta ufficiale. Per Meloni “non è un pasticcio”, eppure a sera fonti parlamentari accreditavano forti dubbi dei giuristi del Colle sull’escamotage delle due firme contestuali. Cosa accadrebbe, ragionando per assurdo, se all’indomani cadesse il governo? Quanto al merito della “correzione” allo studio, il minimo per il Quirinale è che l’avvocato riceva il premio in ogni caso, sia che il migrante accetti di essere rimpatriato, sia che rimanga in Italia.

La tensione era già alta ieri mattina nella seduta alla Camera, scandita dalle proteste delle opposizioni per la norma sugli incentivi agli avvocati che riescono a rimpatriare i loro assistiti. Poi sono rimbalzate in Aula le parole di Meloni: “Scopro che non siamo d’accordo più neanche sul rimpatrio volontario assistito, ma noi andiamo avanti”. Il resto lo ha fatto Matteo Piantedosi. Il ministro dell’Interno, “padre” della trovata sul premio ai legali, ha detto di aver preso atto di “alcune sensibilità” e annunciato la correzione, con annesso appello “ad approvare questo importante testo di legge”. Ed è stata bagarre. “Non basta metterci la faccia, dovete metterci il cervello!”, ha gridato la dem Debora Serracchiani.

“Ci state chiedendo di votare una norma che voi avete già ritenuto incostituzionale”, ha rincarato Zaratti di Avs. E quando i capigruppo di centrosinistra sono andati sotto i banchi del governo a invocare una riunione dei capigruppo (appena negata), è stato il caos. Con l’occupazione degli scranni dell’esecutivo. E l’espulsione del dem Arturo Scotto. Finché la capigruppo c’è stata. E la sottosegretaria ai rapporti con il Parlamento, Matilde Siracusano, qualche chiarimento lo ha dato. Niente più riferimento al Consiglio nazionale forense. Non più solo avvocati, ma anche “mediatori”. Compenso non più solo “all’esito” positivo della pratica. L’emendamento 30 bis sui 615 euro di incentivo all’avvocato del migrante, erogati dal CnF “all’esito” del rimpatrio dopo l’approvazione al Senato ha ricevuto le critiche dell’avvocatura, dell’Anm e dell’opposizione. Finché lunedì è arrivato lo stop del Colle. Ora la clessidra è agli sgoccioli. Se non convertito entro sabato, il decreto finirà nel cestino.