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di Antonio Mastrapasqua

Il Riformista, 16 giugno 2026

Probabilmente aveva ragione Silvio Berlusconi, che dopo la vittoria elettorale del settembre 2022 avrebbe voluto al Ministero di Grazia e Giustizia Maria Elisabetta Casellati. Invece Giorgia Meloni, forte del suo primo premierato, impose Carlo Nordio, che era stato candidato di bandiera di Fratelli d’Italia contro la rielezione di Sergio Mattarella. D’altronde Nordio arrivava spinto dal vento delle sue lucide analisi sul malessere della Giustizia italiana, scritte regolarmente, da anni, sul Gazzettino e sul Messaggero. Un breviario di liberalismo applicato al sistema giudiziario di casa nostra, accompagnato da una manifesta ostilità contro lo strapotere dell’Anm e il suo asservimento alla politica del centro-sinistra.

La sua acquisita capacità di saggista aveva persino messo in ombra il suo ricco curriculum di magistrato, procuratore della Repubblica di Venezia, implacabile inquisitore delle opacità del Pd con le coop rosse, oltre che della violenza delle Brigate Rosse. E sempre polemico con il pool di Mani pulite di Milano, a giudizio di Nordio - come dargli torto? - troppo asservito agli interessi di parte e di partito della sinistra italiana.

Insomma, un campione vero della cultura della destra illuminata e ragionante, un competente protagonista della Magistratura italiana, testimone diretto dei suoi malesseri e propugnatore della sua necessità di riforma radicale. Ma all’ingresso di via Arenula non si è quasi mai presentato “quel” Carlo Nordio, quello che si era manifestato come magistrato coraggiosamente contrario allo strapotere della sinistra, e come opinionista di vaglia contro le commistioni improprie tra magistratura e politica (sempre di sinistra, ovviamente). Il sospetto che ci fosse un signor Hyde nascosto, dietro a quel dottor Jekyll che si era fatto tanto apprezzare (come magistrato e come saggista), si è insinuato presto nelle menti degli osservatori. Tranne per l’abolizione dell’abuso d’ufficio, in quattro anni da ministro, Nordio si è distinto per la sua “inconcludenza”, come è stato scritto pochi giorni fa sul “Riformista”. E per molti incidenti di percorso. Fra i più clamorosi forse, in piena campagna referendaria (poi persa, ma non solo per colpa del ministro), è stato quello di Giusi Bartolozzi. Difficile immaginare che un ministro della Repubblica possa accettare che un suo capo di gabinetto si metta a esibirsi direttamente sul palcoscenico mediatico. Prima ancora della sostanza delle dichiarazioni, Bartolozzi aveva commesso un grave peccato di “policy”. Non ci si espone più del ministro, e per la funzione tecnica ricoperta - capo di gabinetto - si assume un profilo bassissimo, quasi impercettibile al mondo.

Ma Nordio ha abbozzato. Di più, ha accettato l’esuberanza della Bartolozzi, cacciata solo dopo la sconfitta referendaria, anche se ben prima avrebbe potuto essere accompagnata alla porta per assoluta insipienza istituzionale. Se l’inconcludenza amministrativa si era già manifestata, prima del referendum di marzo, Carlo Nordio non si era tirato indietro, di fronte all’opportunità di ribadire il suo pensiero, perfettamente in linea con i suoi editoriali prima di diventare ministro. Da una parte censurava esplicitamente l’aggressività verbale dei magistrati e dell’Anm, dall’altra si spingeva fino a proporre test psichiatrici ai componenti della magistratura. Peccato che a lanciare strali e proposte non era più un magistrato in pensione, trasformatosi in “opinion maker”, ma il ministro della Giustizia. Tra dire e fare, nel suo caso, non poteva restare il mare. E invece si è creato un oceano percorso da una bonaccia estenuante. Tutto fermo, tutto immobile. Tranne l’avventura della separazione delle carriere: da giocatore di poker è sembrato, poi, una sorta di “all in”. Tutto o niente. E visto che il referendum è finito come è finito, allora niente.

Invece che salvare la faccia - e le sue opinioni precedenti all’incarico di ministro - Nordio dopo il referendum è sembrato più propenso a salvare la poltrona. Neanche un battito di ciglia quando è stata dimissionata la Bartolozzi. E indietro tutta su tutto. Giudice collegiale per le misure cautelari? No, come non detto. Responsabilità civile dei magistrati (rilanciata da Enrico Costa di Forza Italia)? “Non è nel programma di Governo e per me non lo sarà mai” (Nordio dixit). Anzi, ha iniziato a venire incontro alle richieste dei magistrati: magari favorendo l’innalzamento dell’età pensionabile dei giudici, da 70 a 72 anni. Una vecchia richiesta dell’Anm, che dovrebbe mettere in imbarazzo il Governo per più di un motivo: in un mondo in cui tutti reclamano il diritto di andare in pensione il prima possibile, i giudici non vogliono appendere la toga al chiodo, ma pretendono di poterla indossare ancora più a lungo. Largo ai giovani? Macché! D’altronde Nordio lo aveva detto, un anno fa: “Se dovesse vincere il ‘no’ al referendum e se ci fosse l’alleanza con la magistratura, non sarebbe una vittoria del centrosinistra, ma delle Procure e noi torneremmo ancora a una Repubblica sottomessa o condizionata dai magistrati”. Esatto. Ma non avevamo capito che parlasse di sé stesso.