di Donatella Stasio
La Stampa, 27 agosto 2023
Sacha controllato a vista in cella. Lui e i 334 i detenuti “psichiatrici” nei penitenziari rischiano di peggiorare. Da Cuneo a Torino. Qui - nella patria galera finita sotto i riflettori di ferragosto per i suicidi di Azzurra e Susan paragonati dal ministro Nordio a quelli di due gerarchi nazisti a Norimberga - hanno trasferito Sacha, il ventunenne malato da sempre nella testa, dice la mamma, problemi psichici gravi, li chiama fantasmi, quelli che l’hanno spinto ad accoltellare prima il padre e poi l’amico di famiglia, a Mondovì, e a fuggire nei boschi per due giorni, tenendo tutti barricati in casa per paura di incontrarlo, finché non ce l’ha fatta più, ha perso il fiato, le forze e pure i vestiti, si è addormentato e così l’hanno arrestato il 18 agosto, nudo, sfinito, muto.
Un fantasma anche lui, come le 334 persone detenute nelle sezioni dei “rei folli”, quelli con un “disagio psichico accertato” prima o dopo l’ingresso in galera, ma non incapaci di intendere al momento del delitto, quelli sono i “folli rei”, internati nelle Rems, che nel 2017 hanno finalmente archiviato gli OPG, i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari, spesso veri e propri lager. Sacha è uno dei tanti “psichiatrici” (la terminologia carceraria tende a categorizzare, finendo per ghettizzare, come nel caso dei “tossici”), di fatto occupanti abusivi del carcere perché, ancorché condannati, indagati o imputati, sono persone malate e il carcere, così com’è, non è un luogo di cura, meno che mai di guarigione. Semmai, è un moltiplicatore del disagio psicofisico, visto che “dentro” il rischio di contrarre malattie è doppio rispetto a “fuori”.
E quando accade e vai fuori di testa, finisci nelle “celle lisce” o in quelle “contro il rischio suicidario”, sezioni di transito o di contenimento o di isolamento, chiamatele come volete purché sappiate che non sono luoghi di cura. Fino a giovedì sera, Sacha era lì, in una cella liscia del carcere di Cuneo, dove l’hanno portato dopo l’arresto. Era in stato “mutacico”, hanno diagnosticato i medici, lo stato clinico di chi, a causa di una lesione cerebrale o di un disturbo funzionale, è incapace di avviare una qualunque comunicazione verbale.
Sacha non parlava, era agitato, ha tentato di impiccarsi alle sbarre della cella ma chissà se per esibizionismo o per farla finita con i suoi fantasmi interiori. Dopo sette giorni, è scattato il trasferimento alle Vallette di Torino, uno dei 29 istituti circondariali con sezioni per la salute mentale (presenti anche in 4 case di reclusione), una per le donne - e lì si sono suicidate Azzurra e Susan - e due per gli uomini, 38 camere occupate da 23 persone (dati di marzo 2023). Sacha è il ventiquattresimo, ed è in osservazione psichiatrica. Se il suo disagio non verrà accertato dai medici, andrà a fare il detenuto in uno dei tanti reparti delle patrie galere comunque traboccanti di “psichiatrici”, perché il carcere è patogeno e non fa bene alla salute mentale.
Parola grossa, salute. “Tutelare la salute in carcere è un paradosso”, dice Ruggero Giuliani, coordinatore sanitario a San Vittore, al momento privo di articolazioni “per la tutela della salute mentale”, ma non di specialisti. “L’obiettivo del medico è la cura, quello del carcere è la sicurezza, e non sempre le due cose coincidono”, spiega. Eppure, la salute è un diritto fondamentale di tutti, liberi e reclusi, bianchi e neri, maschi, femmine, trans, gay, giovani e vecchi, italiani e stranieri, ricchi e poveri, proprio di tutti, insomma, e a tutti, quindi, vanno garantiti gli stessi standard terapeutici. In carcere, però, è un diritto dimezzato. E il prezzo lo pagano anche i poliziotti per quell’”effetto ombra” carico di malessere e di stress psicofisico.
Giuliani arriva a San Vittore nel 2019. Bolognese, 51 anni, specializzato in malattie infettive, due figli e una moglie medica che si occupa dei “giovani adulti” reclusi sempre nel carcere milanese di piazza Filangieri. Una vita al servizio degli ultimi, quelli che “vanno aiutati a casa loro”, direbbe qualcuno: e infatti nel 2004 lui lascia l’ospedale di Bologna (e anche i pazienti del carcere), scende prima in Campania e in Sicilia, dove con Medici senza frontiere accoglie e cura i migranti, e poi, dal 2007, ancora più a sud: Malta, Zambia, Etiopia, Sudafrica, Liberia, Mozambico, Kenia, Congo, sempre con Msf, dieci anni di fila, finché nel 2017 gli offrono San Vittore. In fondo, in carcere c’è tutto quello che ha visto e curato nelle parti più disgraziate del mondo.
Solo nei primi sei mesi di quest’anno, su 57.521 detenuti (10mila in più dei posti disponibili) si contavano 73 “decessi per cause naturali” e 13 “per cause da accertare”, nonché 40 suicidi (saliti a 43 nei successivi 15 giorni di agosto), 116 tentati suicidi, 7.257 atti di autolesionismo. L’Ufficio del garante dei detenuti registrava, sempre al 31 luglio, 8.189 persone inviate con urgenza in ospedale, con o senza ricovero, e 1.918 in isolamento sanitario.
E poi ci sono gli psicofarmaci, croce e delizia del carcere. “Gli psicofarmaci vanno usati per stabilizzare e raggiungere un compenso psichico - spiega Giuliani -. Il grosso problema è che l’80% dei detenuti arriva con un abuso di droga e quindi li devi gestire perché soffrono di insonnia e di ansia per la mancanza improvvisa di sostanze, il che li rende particolarmente aggressivi”. Ci sono tre tipi di “pillole” che suscitano il loro appetito: Seroquel, Lirica, Rivotril. “Fuori li comprano al mercato nero per compensare l’uso di cocaina ma dentro non li trovano perché, almeno a San Vittore, li abbiamo eliminati. E non è stato facile perché tanti detenuti minacciano di tagliarsi se non gli dai quello specifico psicofarmaco”. Anche qui si scontrano le due culture, cura e sicurezza: il carcere tende a considerarli tutti “psichiatrici” da trattare con terapie psichiatriche; i medici fanno diagnosi e distinguono “psichiatrici” e “comportamentali”.
“Bisogna per forza mediare. C’è una continua trattativa: con i pazienti, con il carcere, e fra gli stessi medici” dice Giuliani, secondo il quale occorrono protocolli aggiornati che tengano conto delle nuove polidipendenze farmaci/droghe. “Sono tornato dall’Africa con l’idea che il carcere dovesse essere eliminato, ma non si può. Si deve però lavorare per un carcere più riabilitativo dal punto di vista sanitario, investendo soprattutto sui giovani.
Quando entrano sono quasi tutti tossicodipendenti e psichiatrici ed è indispensabile avviare subito un percorso di riabilitazione che parta dalla presa in cura del proprio corpo: osteopatia, yoga, alfabetizzazione sanitaria di base, mediatori culturali della sanità (non del carcere)”. Giuliani ci sta lavorando. “Giacinto Siciliano è tra i direttori più illuminati - dice - e, anche con gli educatori, stiamo portando avanti questo progetto con i giovani adulti. Certo - aggiunge - bisogna trovare una sponda fuori, sul territorio, in modo che quando escono dal carcere, perché escono, continuino a prendersi cura di sé e non ricadano nello stesso giro”.
Il “fuori” è cruciale. “Purtroppo, però, esistono barriere alle cure” dice Giuliani. Quando escono dal carcere, dovrebbero essere agganciati dai servizi territoriali, sociali e sanitari, ma se sono senza dimora e senza famiglia questo non accade. A maggior ragione per gli stranieri irregolari, anche se escono con una diagnosi precisa. Sono malati e avrebbero diritto alle cure, ma così non è. E infatti tornano in carcere, con gli stessi problemi. O finiscono internati nelle case lavoro perché definiti socialmente pericolosi, i cosiddetti ergastoli bianchi, in realtà sono soli, senza nessuno che li accolga fuori, vite dimenticate. “C’è un somalo con un disturbo post traumatico dovuto a chissà quali terribili esperienze che entra e esce da San Vittore per piccoli reati e non c’è verso di agganciarlo ai servizi esterni di cura per stabilizzarlo”, racconta mesto Giuliani.
Come si fa a mettere il carcere in condizione di curare e di non fare semplicemente il pronto soccorso della “sofferenza urbana”? Anzitutto bisogna svuotarlo dei condannati a pene brevi e brevissime (sono circa 10mila), come ha suggerito il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma nella relazione al Parlamento, trasferendoli in luoghi diversi dal carcere. Bisogna svuotarlo anche degli occupanti abusivi, creando un più stretto raccordo con il territorio. Non c’è bisogno di “bacchette magiche”; c’è bisogno della politica. Che parli anzitutto alla “nazione” con un linguaggio di verità e di civiltà. Che individui la direzione con la bussola della Costituzione. E che faccia applicare leggi e regolamenti esistenti, tanto per riprendere un refrain caro alla premier Meloni. Dunque, no a soluzioni semplicistiche, frettolose, demagogiche, inumane come caserme, aumenti di pena e nuovi reati, rimpatri per motivi di salute, cercerizzazione di minori stranieri non accompagnati.
La direzione è l’implementazione di pene e misure alternative (e delle relative risorse); il potenziamento delle comunità terapeutiche; l’accesso per tutti ai servizi territoriali pubblici e una reale prospettiva di housing e di lavoro. Quanto ai “rei folli”, come Sacha, bisogna ridare centralità al percorso terapeutico e alla responsabilità di un’effettiva presa in carico delle strutture sanitarie territoriali. C’è molto da fare, si deve fare e si può fare. Ma guai a mettere in discussione il diritto alla salute affidato al Servizio sanitario pubblico. Guai a rimpiangere la vecchia medicina penitenziaria, avverte Palma. I passi si fanno in avanti, non indietro.











