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di Concita De Gregorio

La Repubblica, 4 agosto 2025

Ci possiamo anche accapigliare sul termine genocidio. Se sia un copyright a uso esclusivo della Shoah, perché questa è la questione, o se sia una definizione - si può consultare il vocabolario Treccani, online, gratuitamente - che descrive “la sistematica distruzione di una popolazione, una stirpe, una razza o una comunità religiosa” e decidere se si attaglia o meno a quello che stiamo vivendo. Deciderlo in autonomia. Senza per questo aderire a una o all’altra fazione di commentatori in campo. Senza per questo militare per l’uno o per l’altro dei Paesi in guerra. Senza neppure sfiorare il tema dell’antisemitismo, esecrabile sempre.

Ci possiamo accapigliare sul termine - la formale questione lessicale - senza considerare per esempio che per chi è sopravvissuto ai campi di sterminio sia dolorosissimo, direi impossibile, associare questa parola allo Stato di Israele. Nel caso di Liliana Segre un testacoda della Storia umanamente irricevibile. Ma sarebbe un peccato, no?, dividersi sull’uso della parola perdendo di vista la sostanza del problema: e che problema. L’abisso sulla disumanità, il tramonto della ragione e il declino delle democrazie, la possibilità di esercitare il logos, la parola, al posto della forza. La capacità degli uomini, nel Ventunesimo secolo, di non rispondere ad abominio con abominio peggiore, maggiore.

Invece è quello che succede. Ovunque. Per strada, sui mezzi, nelle sale colazione degli alberghi di vacanza, sui giornali e soprattutto, certo, sui social. Si discute di parole usandole come armi e come scudi. Come spartiacque della nuova battaglia fra giusti e ingiusti. Tu di qua, io di là. A chi appartieni, da che parte stai. Dici genocidio o non lo dici: allora prego, questa è la tua fila. Non solo. Non basta dirlo o non dirlo. Bisogna anche averlo detto per tempo, fin dall’inizio e per primi. Chi si è schierato due anni fa non parla con chi lo ha fatto un anno dopo e detesta chi si è unito da ultimo: troppo tardi, mi spiace. Troppo comodo. Bisognava dirlo prima.

E così le due fazioni della guerra lessicale si dividono in sottoinsiemi, nemici a sé stessi pur quando in accordo: i purissimi, i puri, i semipuri, i sospetti opportunisti. Come se non fosse questo, lo scopo di ogni militanza: fare proseliti ovunque e in ogni momento, allargare le fila e non serrarle attorno al club dei detentori della Parola. Come se non fosse, lo scopo di ogni opposizione, quello di farsi sempre più larga fino a diventare maggioranza: e come, mi domando, si allarga un’opposizione se non convincendo sempre nuovi seguaci che fino a quel momento la pensavano diversamente, o non pensavano, o pensavano e tacevano?

Non è forse questo, l’obiettivo dei Migliori? Generare consenso, risvegliare le coscienze, alimentare movimento che diventi massa critica? Credevo, pensavo, ma no. Vedo che le polemiche sono tutte strette nelle stesse metà campo e vedo, per giunta, che le più recenti consapevolezze sono denigrate, irrise e disprezzate dalle più remote. Ti sei svegliato solo perché lo ha detto Grossman? Eh, non va bene. Troppo tardi, appunto. Dovevi parlare prima. Non vorrai mica togliermi la patente di unica voce libera nel deserto. La patente del miglior dissenso, del più radicale consenso. È una professione anche quella, del resto.

Ma non basta. La discussione sul più divisivo dei termini, il nuovo ottovolante del dibattito pubblico - come se intanto non morissero centinaia di persone mentre qui discutiamo - si può estendere a ogni “polemica del giorno”. Quanti, tra quelli che parlano, sanno di cosa stanno parlando? Non dico gli esperti di geopolitica, di conflitto mediorientale, di terrorismo, di servizi segreti. Questi sono una minoranza di competenti. Gli altri: quanti fra coloro che discutono in questi giorni hanno per lo meno letto per esteso le interviste a Grossman, a Liliana Segre, su questo giornale? Non moltissimi, altrimenti avrebbero colto la consonanza di intenti e di pensiero ben al di là della scelta delle parole per dirlo. I fatti pesano più delle parole, sempre.

Sono da molte settimane in viaggio in Italia per lavoro. Ho conversazioni continue con centinaia di persone anche avvedute, anche colte, sinceramente intenzionate a partecipare alla vita pubblica che iniziano sistematicamente la discussione con “ho sentito dire che”. In questo caso. Ho sentito dire che la senatrice Segre non è d’accordo con Grossman. Da chi, domando. Non so, non mi ricordo, alla radio mi sembra. In una rassegna stampa. In un talk in tv.

Ha letto le interviste? Chiedo. No, non sono abbonato, ho letto i commenti, mi ha detto un imprenditore del Nord che, premuroso, mi accompagnava. Ma le interviste perché non le ha lette? Non ho avuto tempo. Guardi che ci vogliono sette minuti, sette minuti sono molto meno del tempo che stiamo impiegando qui per riassumere una serie di commenti a caso che parlano di qualcosa che lei non ha letto. Non si spazientisca, mi ha detto. Non mi spazientisco, dico solo che potrebbe facilmente farsi un’opinione propria, potremmo così parlare sulla base di una comune conoscenza dei fatti. Sarebbe meglio, no?

Non ho più un problema da molti anni a sentirmi dire da chi ignora - poniamo - chi fosse Licio Gelli, cosa sia accaduto al G8 di Genova, cos’era il piano Fanfani e come è morto Aldo Moro che “faccio la maestra”, che “pretendo di insegnare”. Non ho niente da insegnare a chi conosce la storia meglio di me, naturalmente. Non cerco che questo: continuare a stupirmi, a imparare. Agli altri posso obiettare che c’ero e mi ricordo. Non ho bisogno di dimostrare cosa facevo e pensavo quaranta, trenta, venti e dieci anni fa, ma nemmeno nel semestre scorso: lo so bene e non sento la necessità di scriverlo in bio su Instagram per chi lo ignorasse e trovasse improba la fatica di documentarsi.

Non è questo il punto. Non è mai un fatto personale. È un disastro collettivo, questo parlare di niente. Questo ho sentito dire ma non ho letto. Questo dicono che. Questo confondere i fatti con le opinioni, con dolo o con colpa. Lo diceva Mattarella, l’altro giorno. Non esiste la libertà di menzogna, i fatti hanno forza incoercibile. Bisogna conoscerli, però. Essere in grado di distinguerli. Al di là della facile e inutile battaglia sulle parole. I fatti, oggi: chiamateli genocidio o chiamateli Ugo. I fatti, gentilmente: quali sono.