di Enrico Sbriglia*
Ristretti Orizzonti, 26 aprile 2026
Abbiamo appreso, increduli, della recente nota, firmata dal Capo del Dipartimento, riguardante la stretta sull’uso di frigoriferi nelle celle detentive. In diversi istituti, infatti, dei lungimiranti direttori ne hanno consentito da tempo l’impiego; si tratta di elettrodomestici di contenute dimensioni dove i detenuti stipano le bottiglie di plastica di acqua e bibite (tra l’altro vi sono realtà dove l’acqua manca o è non potabile), insieme a quei generi alimentari freschi che acquistano, se va bene, due volte alla settimana, altrimenti una sola, e dove ripongono le pietanze “gourmet” somministrate dall’amm.ne, oppure le vettovaglie consentite e controllate portate dai familiari in visita.
Intuibile che, ove si tratti di cibi “freschi”, come yoghurt, latticini, latte, salumi, etc., la refrigerazione riduce il rischio di infezioni o di malattie, soprattutto gastrointestinali, con positive ricadute in termini di minor numero di visite mediche e ricoveri (rectius di accompagnamenti con scorta di polizia negli ospedali), nonché del consumo di farmaci, a vantaggio della spesa erariale.
Consumare delle bevande refrigerate conforta non poco, soprattutto quando d’estate le temperature rendono la vita nelle celle sovraffollate particolarmente insopportabile. Tra l’altro l’uso dei frigoriferi comporta un rilevante minor consumo idrico, disincentivando i detenuti a collocare le bottiglie sotto il getto continuo dell’acqua: forse un giorno si scoprirà che le carceri italiane hanno rappresentato per decenni il più importate affluente dei grandi fiumi che attraversano le nostre regioni.
Inoltre si parla ad ogni piè spinto di cambiamento climatico e di come le temperature, da tempo, sia in Italia che all’estero tendino ad una continua salita.
Ebbene, mentre l’Italia si prepara alla consueta calura estiva e i meteorologi iniziano a lanciare i primi allarmi, al Largo Luigi Daga, sede del DAP, e quindi di quello che dovrebbe essere il più qualificato centro decisionale del sistema carcerario italiano, quello che dovrebbe “confortare e sostenere” quanti operino dentro le prigioni, sembra spirare un vento di segno opposto, capace effettivamente di raggelare ogni logica gestionale, ma non certo le misere bottiglie d’acqua dei detenuti.
Ci chiediamo, con tutto il più bonario rispetto dovuto ai vertici, se si tratti di una colossale svista o se, per caso, l’aria condizionata delle stanze ministeriali e gli eventuali minifrigo, ove presenti nelle stanze “che contano”, raggelino il buon senso, tanto da far dimenticare cosa realmente significhi vivere in una cella di pochi metri quadrati nei mesi estivi, in particolare in locali stipati di esseri umani, a prescindere dalle eventuali colpe che stiano espiando gli stessi, pagando un prezzo di libertà.
Appena un mese fa, la Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento, con la nota a firma del Dott. Napolillo (31/03/2026), raccomandava ragionevolmente, pur senza indicare a quali risorse economiche appositamente individuate attingere, l’adozione di ogni presidio possibile per fronteggiare la calura, suggerendo persino l’incremento di frigoriferi per evitare il “dispendio di acqua dai rubinetti utilizzata per refrigerare”. E oggi? Il Capo del Dipartimento firma una disposizione di tutt’altro segno, che ne ordina la rimozione dalle camere di pernottamento, relegandoli in locali comuni e per un uso ad orari prestabiliti. Sì, quasi come se il bisogno di un sorso d’acqua fresca sia da percepirsi e consumarsi, da qualunque persona, esclusivamente in una certa ora, in un certo momento, e non dipenda invece da un bisogno individuale, difficilmente governabile e programmabile, soprattutto in contesti dove giocano moltissimi fattori fisici e psicologici (stato di salute, età, attività sportiva, lavorativa, ansia, semplice arsura, etc.).
Com’è stato possibile tutto ciò, chi abbia suggerito questo “non rimedio”, non è chiaro (ormai sono scomparsi dagli atti ufficiali i nomi dei responsabili del procedimento e degli estensori), ma è evidente che quanti abbiano indotto il massimo vertice del DAP a firmare la disposizione, poco conoscano del carcere, delle sue reali problematiche, e quali condizioni sopporti la Comunità Penitenziaria detenuta e detenente.
Forse sarebbe il caso che i pregiati suggeritori, forse perché abbarbicati dietro manuali e tomi di scienza investigativa, o perché impegnati ad osservare la lotta corpo a corpo, sfogliassero di tanto in tanto qualche abecedario di igiene e profilassi: ci sentiremo tutti più sicuri.
Ci chiediamo, infatti, cosa sia cambiato in venti giorni? Il clima, forse, è diventato improvvisamente siberiano oppure ci si è limitati a mutuarne il modello educativo? Non vorremmo pensare male - sebbene a volte ci si indovini - ipotizzando che dietro questo improvviso “rigore securitario” si celi la volontà di esasperare gli animi per giustificare l’invocazione dei Gruppi di Intervento Operativo (GIO). Perché, sia chiaro: se scoppieranno le rivolte - ed il rischio serio c’è, in quanto togliendo un po’ di sollievo dal caldo a chi è rinchiuso si può innescare la miccia perfetta - a pagarne il prezzo non saranno i firmatari di queste circolari, ma i Direttori, i Comandanti di reparto, gli educatori e quei pochi poliziotti rimasti in trincea, tenuti a gestire la rabbia di chi si vede privato di un bene essenziale.
Tra l’altro sembra essersi vaporizzata anche una precedente circolare del 18 novembre 2022 che contemplava: innovazione, miglioramento della qualità della vita, investimenti. Sono stati spesi fior di fondi pubblici per dotare le celle di frigoriferi (come ricordato anche dalla stampa nazionale e dagli impegni del Ministro Nordio lo scorso anno). Ora che facciamo? Li smontiamo e li mettiamo… “dove”? È questo il modello di efficienza e razionalizzazione della spesa pubblica che vogliamo proporre?
Eppure sarebbe bastato un gesto semplicissimo: alzare la cornetta e chiamare uno qualsiasi dei 189 istituti penitenziari d’Italia. Presentarsi al centralino e chiedere al primo Ispettore o Assistente Capo di sorveglianza (visto che spesso sono loro, a causa della carenza di personale, a dover fare le veci dei funzionari di polizia penitenziaria migrati altrove): “Senta, ma secondo lei è il caso di togliere i frigo dalle celle proprio ora che arriva il caldo?”. La risposta, ne siamo certi, sarebbe stata unanime e molto più tecnica di mille pareri ministeriali: “Meglio di no, a meno che non vogliate vederci bruciare tutti”.
Invece, si preferisce considerare i Direttori come meri indifferenti esecutori di ordini, ignorando la loro capacità di fornire quel supporto tecnico fondamentale per scrivere circolari che abbiano un senso nella realtà quotidiana. Una volta, quando si era antichi, si diceva “partecipazione”…
Chiediamo, perciò, prima che accada l’irreparabile, un intervento politico (per quanto possa ingerire nella cosa amministrativa tra l’altro così banale) dei Sottosegretari Ostellari e Balboni, del Vice Ministro Sisto e dello stesso Ministro Nordio, affinché questa circolare venga ritirata. Non sarà certo la rimozione di un frigorifero a fermare il traffico di cellulari o droga - strumenti che la Polizia Penitenziaria, quella vera, che sta nei reparti, sa bene come scovare durante le regolari o straordinarie ispezioni. Né ad impedire il barricamento all’interno di celle o sezioni, perché in tanti modi può realizzarsi, e qui non lo diciamo per non fornire inavvertitamente dei consigli alle persone detenute esasperate.
Come Coordinamento dei Dirigenti, diciamo *NO* a questo passo indietro pericoloso. Non vogliamo trovarci tra due mesi a dire “ve lo avevamo detto”. La nostra missione è restituire alla società, ove possibile, delle persone migliori di come sono entrate, lavorando sulla rieducazione che fa sicurezza. E la rieducazione non passa per la privazione di un bicchiere d’acqua fresca in una giornata di agosto. Attenzione: fermatevi finché siete in tempo.
*Coordinatore Nazionale CNDP FSI-UNSAE











