di Giuliano Foschini
La Repubblica, 10 dicembre 2023
“La decisione di far iniziare il processo è una vittoria del diritto ma anche di chi ha resistito insieme a noi e all’avvocato Ballerin”. Pazienza. Resistenza. Forza. Coraggio. Sono alcune delle parole del vocabolario civile di Paola e Claudio Regeni. In pochi, in questi sette anni, immaginavano che saremmo arrivati qui: un processo ai presunti assassini, sequestratori e torturatori di Giulio, ucciso al Cairo a gennaio del 2016. E invece, eccoci: Paola, Claudio e l’avvocata Alessandra Ballerini parlano per la prima volta dopo il rinvio a giudizio dei tre agenti della National security egiziana del 4 dicembre scorso.
Ci siamo. Meglio, ci risiamo...
“Sì, ci risiamo, a sette anni dalla morte di Giulio, ormai quasi otto, finalmente il processo potrà iniziare”.
Ve lo aspettavate?
“Lo abbiamo sempre sperato e abbiamo sempre lottato, resistendo ad ogni insidia, affinché si giungesse ad un giusto processo”.
Si è detto che è la vittoria del diritto...
“Si, è la vittoria del diritto alla verità e all’ intangibilità dei corpi, non solo per noi ma per tutti i cittadini, perché come ha scritto la Corte Costituzionale: “Quando l’indagine riguarda accuse di gravi violazioni dei diritti umani, il diritto alla verità sulle circostanze rilevanti del caso non appartiene esclusivamente alla vittima del reato e alla sua famiglia, ma anche alle altre vittime di violazioni simili e al pubblico in generale, che hanno il diritto di sapere cos’è accaduto”.
E anche della vostra resistenza. È così?
“Sì, certamente, come famiglia, come avvocata, con la procura di Roma, il popolo giallo, la scorta mediatica e tutti coloro che ci hanno sempre sostenuto in questi sette anni”.
C’è voluto un giudice, meglio i giudici della Corte Costituzionale per fare quello che la politica non era stata in grado di fare: permettere l’avvio del processo...
“La Corte Costituzionale, e prima ancora il giudice Ranazzi e la Procura di Roma hanno ben compreso che non era “giusto” impedire la celebrazione del processo, a carico dei quattro indagati per il sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio, garantendo loro una “ripugnante” impunità, in virtù della protezione del governo egiziano. Come ricorda la Corte “diversamente allo Stato estero sarebbe consentito istituire una inammissibile zona franca di impunità per i cittadini-funzionari, che ridonderebbe in una irreparabile lesione dei diritti inviolabili delle vittime, tra i quali il diritto di accedere al giudice; sarebbe violato poi l’articolo 111 della Costituzione perché non vi è processo più ingiusto di quello che non si può instaurare per volontà di autorità di governo… Impedendo sine die la celebrazione del processo per l’accertamento del reato di tortura, si annulla un diritto inviolabile della persona che di tale reato è stata vittima. Il diritto all’accertamento giudiziale è il volto processuale del dovere di salvaguardia della dignità”“.
Cosa altro non ha fatto la politica in questi anni?
“Ricordiamo, che da quel 25 gennaio 2016, quando Giulio è stato sequestrato, si sono avvicendati ben sei governi italiani, e nessuno è stato in grado di pretendere ed ottenere dal governo egiziano effettiva collaborazione, mentre invece sul piano degli affari e della politica ci sono stati grandi intese e strette di mano. A gennaio 2021, abbiamo depositato, come cittadini, un esposto contro lo Stato italiano per violazione della legge 185/90, che vieta la vendita di armi agli Stati che violano sistematicamente i diritti umani. L’Egitto, secondo le denunce del Parlamento Europeo e dell’Onu, è chiaramente uno di questi”.
Vi è capitato di perdere la speranza in questi anni?
“Abbiamo attraversato diversi periodi di alti e bassi, di sconforto e di speranza, ma alla fine è sempre prevalsa la volontà di andare avanti e la determinazione a riuscire ad ottenere verità e giustizia per Giulio”.
In questi anni si è sempre detto che l’obiettivo dell’Egitto era perdere del tempo affinché tutti potessero dimenticare cosa è accaduto a Giulio. Avete avuto paura che questo accadesse? Quanto vi fa paura ancora oggi il silenzio?
“Abbiamo imparato a leggerlo, il silenzio parla più di lunghi discorsi, mentre le false promesse del governo egiziano abbiamo imparato a riconoscerle fin dall’inizio. E a contrastarle, con l’aiuto di tanti”.
Che cosa vi aspettate ora dal processo?
“Confidiamo in un processo giusto che stabilisca le responsabilità sul sequestro le torture e l’uccisione di nostro figlio, per stabilire la verità processuale. Ma anche dalla politica ci aspettiamo che stia dalla parte dei cittadini che chiedono l’applicazione dei principi costituzionali e la tutela dei diritti inviolabili e universali. Oggi peraltro è l’anniversario della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che deve rappresentare un’ineludibile impegno per lo Stato italiano”.
Alcuni Comuni stanno togliendo gli striscioni gialli “Verità per Giulio”, come se fossero il simbolo di una parte. Siete offesi?
“Più che offesi rammaricati e sconcertati che alcuni sindaci (fortunatamente una sparuta minoranza) non comprendano come i diritti umani siano di tutti e da tutti vadano tutelati. Giulio, come ampiamente dimostrato, ha subito “tutto il male del mondo” e la tortura è un crimine contro l’intera umanità”.
Tempo fa vi diceste pronti a incontrare Al Sisi. Lo siete ancora?
“Se viene a Roma per accompagnare i quattro imputati e consegnarci finalmente gli effetti personali di Giulio, siamo disposti ad incontrarlo. Non ci siamo mai sottratti a nessuna fatica né a nessuna afflizione”.
Vi spaventa la nuova battaglia che ora dovrete affrontare?
“Ci stiamo preparando da molti anni. E non siamo soli: al nostro fianco c’è la procura di Roma e l’avvocatura dello Stato.
E pensate mai alla fine della battaglia?
“È il traguardo che ci aspettiamo di raggiungere, in tempi auspicabilmente brevi. Ci rendiamo comunque conto che il cammino potrebbe ancora essere tortuoso, ma anche e soprattutto in questa fase non possiamo permetterci soste né distrazioni. Rivendichiamo il diritto alla verità, per Giulio, per noi, per tutti”.










