di Guido Vitiello
Il Foglio, 26 agosto 2025
Frutto di quei due anni furono le cento pagine di “Carcere italiano”. Agli occhi dell’attore parigino le nostre prigioni appaiono come istituzioni congegnate per dilapidare energie umane e infliggere una pena di morte al rallentatore. Imprigionare un artista è pericoloso. Rischia di intuire in un lampo l’assurdità generale del carcere, e non solo di intuirla per sé: la farà avvertire vividamente ai compagni di cella e ai piantoni, e si spenderà per comunicarla al di fuori, tanto più che un’indole creativa rifiuta con tutti i mezzi di farsi stritolare dagli ingranaggi di quella gigantesca macchina sterile.
E così, quando nell’estate del 1971 arrestarono a Roma l’attore parigino Pierre Clémenti per detenzione e uso di stupefacenti, l’unico frutto di quasi due anni spesi inutilmente tra Regina Coeli e Rebibbia furono le cento pagine di Carcere italiano, tradotte nel 1973 dal Formichiere. Le nostre prigioni appaiono a Clémenti come istituzioni congegnate per dilapidare energie umane e per infliggere ai loro ospiti una pena di morte al rallentatore.
A tutti i loro ospiti, beninteso; perché l’attore ascetico e gentile sentì che i secondini erano prigionieri quasi quanto lui, solo che non lo sapevano, e che bastava scambiare uno sguardo umano con uno di essi per spezzare il “circolo vizioso della diffidenza e del taglione”. Con questa sua pagina sui postumi di una rivolta carceraria - che aiuta ancor oggi a spiegarsi i troppi suicidi tra gli agenti penitenziari.
“La rabbia sorda dei detenuti è una forza terrificante, che trasforma i guardiani in belve impazzite, che per ore e ore girano in tondo per i corridoi. Cercano lo sguardo di un detenuto, se non altro per trovarvi dell’odio. Non trovano che occhi vuoti. La gigantesca macchina repressiva allora è bloccata, l’arca va alla deriva, esplode l’assurdità dei gesti, degli orari, delle regole.
La sensazione della profonda e disperata inutilità di tutto quel circo. Sono certo che allora la maggior parte dei secondini preferirebbe essere sotto terra. Per quanto fragile e perseguitato, esiste tuttavia un barlume di vita in una prigione. Ma può durare solo grazie a quella sorta di complicità che malgrado tutto unisce detenuti e guardiani”.











