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di Myrta Merlino

Corriere della Sera, 30 marzo 2026

Dal referendum agli oltre quattromila giovani di 140 Paesi che “Change the World Academy” ha radunato alle Nazioni Unite a New York. La “Generazione Z”: attiva, coinvolta e desiderosa di incidere. “A cosa serve l’utopia?”. Partiamo dalla risposta dello scrittore uruguayano Eduardo Galeano: “Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”.

Una risposta che mi è tornata in mente in questi giorni di analisi del voto referendario. C’è una lezione che dobbiamo apprendere dalla straordinaria partecipazione della Generazione Z, e che ritrovo nella voglia di protagonismo e di cambiamento degli oltre quattromila giovani di 140 Paesi che Change the World Academy ha radunato alle Nazioni Unite a New York in queste ore.

Quando sono chiamati a esprimersi per scegliere un’idea di società, che sia attraverso la difesa dei suoi valori fondanti - quelli scritti nella nostra Costituzione o sanciti dal diritto internazionale - o la richiesta di politiche che percepiscano meno distanti - lavoro e salari dignitosi, meritocrazia, sostenibilità, diplomazia e non forza bruta - i giovani si muovono, escono di casa, salgono su un aereo, vanno in piazza e perfino alle urne.

In una parola, camminano. Ribaltando quella superficiale narrazione che li vorrebbe tutti sempre al chiuso delle loro stanze, imprigionati nelle maglie dei social, a interrogare l’intelligenza artificiale. Tra noi, ex giovani con un grande avvenire ormai dietro le spalle, dovremmo dirci, per usare un’espressione in voga da un po’, che non li abbiamo visti arrivare. Che abbiamo mentito a noi stessi, quando ci siamo detti, per rassicurarci, che se ne sarebbero stati buoni, nel loro isolamento, mentre gli scippavamo il futuro. Quando abbiamo fatto finta di non vedere che riempivano le piazze per la Palestina, o che affollavano i tanto vituperati social per discutere di politica e Costituzione (fatevi un giro su TikTok e soffermatevi su Andrea Borello, alias “partigiano nell’era dei social”, e capirete tante cose). Che volavano dall’altra parte del pianeta per imparare l’arte del dialogo in un mondo che strilla e mostra i muscoli, della risoluzione pacifica e della mediazione in un mondo interconnesso, globale e infuocato.

Spesso vediamo in TV le sale delle istituzioni internazionali tristemente vuote, i relatori che parlano a platee sparute e stanche, ma oggi a New York abbiamo affollato l’Assemblea Generale di migliaia di ragazzi pieni di domande e di fiducia, e questo è un codice rivoluzionario.

I giovani chiedono partecipazione e noi non ce ne siamo accorti. E sì che il grande Gaber ce lo spiegava più di cinquant’anni fa, che “la libertà non è star sopra un albero”, o, potremmo dire oggi, davanti a uno schermo. I nostri figli e nipoti vogliono incidere, pretendono una società finalmente a misura loro. Ascoltiamoli, una buona volta, ma senza il paternalismo con cui li abbiamo trattati finora. E soprattutto, agiamo. Possiamo, dobbiamo farlo. Non è un’utopia e camminare non basta più. Dobbiamo metterci a correre.