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di Paolo Venturi*

Corriere della Sera, 28 ottobre 2026

Le città più felici d’Italia non sono le più ricche. Lo racconta il primo Rapporto sull’equità intergenerazionale di NeXt, presentato al Festival nazionale dell’Economia civile: dove l’equità tra generazioni supera la media, la soddisfazione di vita cresce del 3,6% e il senso di vita del 2,9%, e a contare più del Pil è il lavoro, cioè la sensazione di avere un posto nel mondo. Il rapporto distingue i territori in cui ricchezza ed equità crescono insieme, come Torino, da quelli a “sviluppo escludente”, dove i capitali sono alti ma l’equità resta bassa. L’esempio indicato nel rapporto era Milano, il cui centro è poi diventato teatro dei recenti scontri e saccheggi. Scene simili si sono viste a Bologna e Torino. A rompere le vetrine non erano militanti organizzati ma ragazzi, in gran parte di 15 e 16 anni, che si erano staccati da cortei pacifici contro il carovita dopo un passaparola su TikTok, senza bandiere né appartenenze. Ragazzi che potrebbero sedere accanto ai nostri figli in classe.

Nessuna violenza è giustificabile, e chi ha subito danni merita rispetto e risposte. Ma sarebbe un errore ridurre quanto accaduto a un problema di ordine pubblico. La sicurezza può contenere un fuoco, non spiega perché si è acceso; e se resta l’unica parola rischia di alimentare una paura che divide invece di includere. Chi lavora ogni giorno con questi ragazzi, come don Claudio Burgio al Beccaria, ricorda che a quell’età spesso manca la percezione stessa della gravità dei propri gesti, perché nessuno ha consegnato loro un codice di valori, e che la domanda riguarda quindi prima di tutto gli adulti. Quella che abbiamo visto è una rabbia muta, che non sa dire e forse nemmeno cosa chiedere. Davanti a una crisi così nessuno può chiamarsi fuori: ciascuno, ragazzi compresi, ha il suo pezzo di muro da riconoscere. Le famiglie, la scuola, le istituzioni, chi fa impresa, chi come noi studia e racconta i territori. Il rischio più grande non è non avere risposte pronte, ma rinunciare a comprendere le ragioni di un disagio e la domanda che vi si nasconde dentro.

Ciò che manca, credo, è una relazione: tra un desiderio che, quando non trova parole, si fa disagio, e una controparte adulta, sociale e politica, capace di accoglierlo e di prenderlo sul serio. Un desiderio senza interlocutore diventa rabbia, e una rabbia senza parola diventa devastazione. Una città a sviluppo escludente è in fondo un luogo in cui il desiderio dei giovani non trova un indirizzo, tra affitti fuori portata, salari bassi e spazi che sembrano appartenere sempre a qualcun altro.

Non a caso il rapporto NeXt trova giovani e anziani accomunati dallo stesso divario di senso: soffre di più chi resta escluso dalla possibilità di contribuire. La risposta sta allora nelle infrastrutture relazionali: scuole che restano aperte oltre l’orario, luoghi che i ragazzi possano abitare e non solo attraversare, un lavoro che non sia una lunga attesa, ascensori sociali che funzionino e, soprattutto, la certezza di non dover pagare il conto di spese fatte da altre generazioni. Includere significa offrire un luogo desiderabile dove vivere, non un recinto.

Nel 1975 Pier Paolo Pasolini scriveva a Gennariello, un ragazzo napoletano immaginario, il suo piccolo trattato pedagogico. Lo metteva in guardia dai falsi insegnamenti di quelli che chiamava i “destinati a morire”: la rinuncia come abitudine, che porta a ridurre lo sforzo e a non esporsi; l’infelicità come norma, la serietà cupa di chi è bravo per forza, consumatore integrato e infelice; la vergogna della propria bellezza, da mascherare per somigliare a tutti. E gli dava consigli opposti: non rinunciare, anche a costo di sembrare ridicolo, e seguire i propri desideri anziché quelli della massa; cercare la felicità che nasce dal possedere il mondo con la conoscenza e l’immaginazione, non con il consumo; essere allegro; splendere, senza vergognarsi della luce che si ha.

Nei video di quei pomeriggi ci sono volti coperti, merce arraffata e nessuna parola: è la lezione dei destinati a morire imparata fino in fondo. Se l’unica parola che sapremo rivolgere a questi ragazzi sarà quella della paura, finiremo per confermarla. Il compito degli adulti, e della politica tutta, è un altro: tornare a essere la controparte di un desiderio, e dire loro, con i luoghi, con il lavoro, con la fiducia, quello che nessuno sembra più dire: splendi.

*Direttore di Aiccon