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di Riccardo Arena e Giuseppe Legato

La Stampa, 21 luglio 2024

Da Torino a Palermo sempre più spesso i rampolli dopo anni di omicidi e narcotraffico scelgono di pentirsi e collaborare. Lo stragista del Gargano: “Sogno un futuro per mio figlio”. Ci sono due narcos (oltre che affiliati di rango) che hanno spostato tonnellate di cocaina e hashish per i principali cartelli della ‘ndrangheta dai porti di Santos e Paranagua verso l’Italia, passando dagli scali commerciali di Rotterdam e Anversa. C’è un rampollo del clan Palermiti di Japigia finito nella maxi retata che a marzo ha scatenato un putiferio politico a Bari alla vigilia delle elezioni comunali ed europee, ma anche il killer della mafia etnea. Ci sono - ancora - l’ex capo stragista della Mafia Garganica e il figlio (e nipote) del grande boss di Limbadi, roccaforte della malavita calabrese in provincia di Vibo Valentia.

La generazione dei trentenni - Tutti hanno tra i 30 e i 40 anni. Alcuni di loro sarebbero stati le colonne del futuro, sono diventati invece la dinamite per far saltare in aria almeno un pezzo di passato. Profili e pesi specifici diversi, ma tutti hanno seguito il copione scelto da Domenico Agresta di Volpiano (Torino) che nel 2016 ha aperto il libro mastro delle cosche e si è pentito di fronte alla Dda di Torino a 28 anni appena compiuti.

Se fosse un film sarebbe “Le mafie tradite dai figli più giovani”, ma questa è una storia vera e racconta come il fenomeno del pentitismo, negli ultimi tempi, viva una stagione particolare (o comunque rara) che conta sempre più rampolli, poco più (o poco meno) che trentenni nei ranghi di chi collabora con lo Stato. Bando a trionfalismi inopportuni (i numeri non sono rivoluzionari e continua ad esserci una richiesta di ingresso nella malavita), tantomeno ad analisi sociologiche complesse e figlie - comunque - di spinte eterogenee, ma è un fatto che il vincolo di omertà con organizzazioni chiuse che di questo (dell’omertà) hanno fatto per un secolo e mezzo il principale muro di contenimento a defezioni e voltaspalle, vacilli di più all’ombra delle generazioni giovani.

Diranno, i boss ancora in pectore, che “non ci sono più i mafiosi di una volta” e che i giovani “non reggono più il carcere, non se lo vogliono fare” (dichiarazioni agli atti di inchieste), ma appare limitante (e fin troppo interessata) l’analisi in questi termini.

Qualcosa di più dell’esclusiva propria convenienza (che pure esiste) si intravede dietro queste scelte: in alcune c’è forse un filo che non è più “corda” e che si rompe. Che non regge alle spinte della modernità e che tradisce per prima la mafia calabrese così visionaria nella gestione avanguardistica degli affari, così incapace di flettere la propria ancestralità per trasportarla nei tempi contemporanei. Ve ne è ampia traccia in un testo del saggista Arcangelo Badolati edito da Luigi Pellegrini editore.

Convenienza e famiglia - L’ultimo in ordine di tempo è Vincenzo Pasquino, 34 anni, nato a Volpiano, provincia di Torino, ma con salde radici a Platì, capitale delle cosche nel mondo. Se - lo scorso maggio - si è pentito perché ha accolto in ritardo le richieste della moglie non si sa ancora. Certo è che i suoi primi tre verbali depositati dall’Antimafia sono più di un presagio del futuro che attende le cosche del Torinese, in Lombardia e Calabria.

Memorabile la sua (intercettata) professione di fede di fronte alla consorte che lo metteva in guardia dal farsi “usare” dai boss di Volpiano: “Non mi chiedere di scegliere tra te e loro perché se lo fai allora caccio te. Questi mi hanno cresciuto! Quando non avevo 5 euro per le sigarette loro c’erano”. Agresta, il più giovane padrino della ‘ndrangheta pentito, dice a La Stampa da una località segreta che per cambiare vita davvero “serve che fuori dalla mafia ci sia qualcosa che ti affascina di più, che ti appassiona al tal punto da farti lasciare indietro finte regole e pseudo valori. Può essere un amore, una moglie, un figlio. Io ho scelto la mia libertà”.

E in nome di una catarsi di questo tenore (almeno negli intenti) si è pentito lo stragista del Gargano Marco Raduano. Il 24 febbraio 2023 era clamorosamente evaso dal supercarcere Badu e Carros. Il video era diventato virale sui social sulle note della canzone “Maresciallo non mi prendi”. Una beffa in mondovisione. Ricatturato dai carabinieri del Ros guidati dal colonnello Massimo Corradetti e dal procuratore di Bari Roberto Rossi, ha fatto trascorrere poche settimane e ha scritto una lettera agli inquirenti.

Nel carcere dell’Aquila, lo scorso 20 marzo dice ai magistrati di aver maturato questa scelta “per dare un futuro a mio figlio, per cambiare vita e anche perché sono stato vittima di diversi tentativi di omicidio, perché vorrei condurre una vita da normale cittadino e perché sono pentito e dispiaciuto per quello che ho fatto”. Si è autoaccusato di 5 omicidi “ma sono coinvolto in altri 10”.

“Mio padre sempre in carcere” - Ed è di due anni fa una eloquente intervista a uno speciale del Tg1 di Emanuele Mancuso, 36 anni, figlio di Pantaleone “L’Ingegnere” e di Luigi alias “Il Supremo” principale imputato della più grossa inchiesta contro la ‘ndrangheta nella storia, Rinascita Scott (445 imputati): racconta che lui decise di saltare il fosso “quando mancavano 7 giorni alla nascita di mia figlia e io ero in carcere”.

Aggiunse: “Volevo un maschio per continuare la tradizione ‘ndranghetista, ma poi quando è nata mia figlia ho sentito qualcosa dentro che mi ha convinto a pentirmi. Ho vissuto - ha detto - un’infanzia difficile. Nemmeno il tempo di uscire che mio padre già era in carcere, avrò trascorso due o tre festività con la mia famiglia. Mia figlia non deve vedere quello che ho visto io, non deve vivere come me”. Ovvero? “Stavo sempre alla finestra e piangevo, i carabinieri andavano e venivano da casa mia: era un incubo”.

E sempre di famiglia parla nei primi verbali l’ultimo - in ordine di tempo - collaboratore della mafia barese Michelangelo Maselli. Sta chiarendo in prima battuta alcuni omicidi del passato: c’è tempo per raccontare come i clan Palermiti e gli alleati Parisi abbiano inquinato i gangli vitali del capoluogo pugliese.

La decisione dopo gli arresti - Ha solo 27 anni e fa parte di uno dei clan più sanguinari irriducibili di Catania: Salvatore Privitera, nel suo ambiente conosciuto come Sam, si è pentito da pochi giorni, dopo avere rimediato una condanna all’ergastolo per l’omicidio di Enzo Timonieri, detto Caterina o il Ballerino, assassinato nel 2021, quando “Sam” aveva solo 24 anni. La scelta di parlare con i magistrati è legata alla prospettiva di trascorrere in carcere tutta la vita, dopo la condanna alla massima pena.

La famiglia di Sam Privitera fa parte del gruppo dei Nizza, legato ai Santapaola-Ercolano, i signori della mafia etnea, legati - in particolare don Nitto Santapaola, in cella al 41 bis dal 1993 - agli stragisti corleonesi della Sicilia occidentale. Nonostante il collegamento con l’élite di Cosa nostra catanese. Il suo prozio, omonimo, aveva già intrapreso la strada della collaborazione circa trent’anni fa. Le sue orme ora sono state seguite dal pronipote, classe 1997, che all’epoca non era nemmeno nato.

Da un anno e mezzo collabora con i magistrati della Dda di Torino Vittorio Raso, 42 anni, narcos di livello internazionale di stanza in Spagna legato mani e piedi (“È il loro Vangelo”) alle potenti famiglie Crea egemoni nel Torinese. Nella doppia veste di boss e broker, ha - per anni - inviato in Italia tonnellate di droga soprattutto hashish, ma anche cocaina. Il suo “pentimento” arriva all’esito di una complessa indagine della squadra Mobile di Torino: viene fermato sull’Avenida dels Banys, località a cinquanta metri dalla spiaggia di Castelldefels, comune in provincia del capoluogo catalano dimora di vip e di numerosi giocatori del Barcellona calcio.

A luglio 2023 la procura chiude una grossa inchiesta della polizia: arrestano fiancheggiatori e fedelissimi, i poliziotti gli sequestrano quasi 2 milioni di euro in contanti nascosti dentro una giara dell’olio e imbustati insieme a chicchi di riso per non ammuffire sottoterra. Ha sul groppone una condanna a 18 anni ormai definitiva. L’11 agosto atterra all’aeroporto di Caselle e la Mobile lo aspetta ai piedi della scaletta, lui in quel momento ha già deciso. Vuole parlare col pm Valerio Longi: “Non voglio più stare lontano da mio figlio”. E ha “tradito” anche lui.