di Errico Novi
Il Dubbio, 20 giugno 2022
Gian Maria Fara, presidente di Eurispes: il vostro ultimo Rapporto Italia, rivela una sfiducia profonda, persino una disillusione, degli italiani nei confronti della giustizia. È una disillusione che si aggiunge a quella nei confronti della politica e dei partiti, radicata da tempo.
Sarebbe interessante capire se la sfiducia nei confronti della giustizia e della magistratura possa, se non altro, suscitare un ridimensionarsi dell’antipolitica, cioè un ripensamento dei giudizi negativi che, sulla politica, sono maturati negli ultimi trent’anni (da Mani pulite in poi) anche in seguito alle inchieste della magistratura. O se invece la prospettiva è semplicemente di trovarsi di fronte a una sfiducia nei confronti delle Istituzioni tout court, politiche o giudiziarie che siano…
I “numeri” delle Amministrative e dei referendum di domenica scorsa, con quasi metà degli italiani che hanno disertato i seggi per l’elezione dei nuovi sindaci e poco più del 20% che si sono espressi sui quesiti sulla Giustizia, non fanno altro che rimarcare l’oramai consolidata distanza tra i cittadini e la politica. Ciò è particolarmente grave se si considera che la figura del Sindaco rappresenta (o dovrebbe rappresentare) un riferimento più vicino, maggiormente impattante sulla vita reale delle città.
Per quello che riguarda il flop dei referendum, va però segnalato che il risultato, almeno in parte, potrebbe discendere non dalla sfiducia nella Magistratura e nella Giustizia (che comunque, dai risultati dell’ultima indagine dell’Eurispes, cresce), ma dal rifiuto di una “vendetta” della politica che molti hanno intravisto nella formulazione dei quesiti. Inoltre, i “no” ai quesiti sulla Severino e sulle misure cautelari, abbondantemente oltre il 40%, segnalano che molti italiani non mettono sullo stesso piano corrotti e criminali e magistrati.
La prenderei un po’ “alla lontana”. Sarebbe errato ritenere che gli italiani siano particolarmente interessati ai temi della Giustizia che animano il dibattito e lo scontro politico. I cittadini non sono affascinati dalle polemiche sul garantismo ma, certamente, avviliti dalle lungaggini della giustizia civile e dalla farraginosità di quella penale, recentemente oggetto di una Ricerca dell’Eurispes realizzata in collaborazione con le Camere Penali Italiane, dalla quale sono emersi dati assolutamente sconfortanti.
La Giustizia è un servizio essenziale ma, come tanti altri gangli della Pubblica amministrazione, l’efficacia delle sue prestazioni è spesso scarsa. Parlerei, dunque, di una più generale sfiducia: la stessa che investe la politica. Passando al tema della coesione sociale, è vero che il drammatico impatto del Covid-19 ha in parte rimescolato le carte.
Le buone prestazioni offerte dal Sistema sanitario, la sostanziale tenuta sociale e la responsabilità della maggioranza dei cittadini, hanno fatto in parte riemergere il senso ed il valore della convivenza civile. L’Eurispes ha recentemente definito il Covid come una sorta di deus ex machina in grado di scompaginare, anche positivamente, uno scenario immobile. Il riemergere di elementi solidaristici, il grande ruolo del volontariato, l’evidenza delle fragilità individuali (sanitarie e sociali) che richiedono una dimensione di rinnovato “intervento pubblico”: tutti questi elementi, ai quali va aggiunto il rinverdirsi del progetto europeo, hanno fornito nuove energie a chi si batte per una stagione di rinnovato civismo e per una società più giusta e attenta al benessere di tutti i cittadini.
Vorrei, a questo proposito, riproporre un concetto che ho espresso nelle Considerazioni generali che aprono il Rapporto Italia di quest’anno. Nel passaggio storico che stiamo vivendo, occorre operare per la costruzione di una “Buona Società”. Ciò significa, al di là di ogni possibile rigurgito o tentazione ideologica, agire per la identificazione e condivisione del punto di equilibro di una vera coesione sociale.
Un nuovo patto sociale, dunque, che si basi sulla affermazione o, meglio, sulla riaffermazione di quei valori umani indicati dalla Costituzione italiana sui rapporti etico-sociali; valori esplicitati come diritti e doveri alla solidarietà, come responsabilità verso se stessi e gli altri, come apertura al merito.
I vostri dati individuano fra i giovani la fascia di popolazione in cui le misure alternative alla detenzione trovano maggiori consensi, e che vede in modo più favorevole il superamento dell’ergastolo. Ma fino a che punto questo orientamento disegna un futuro “più garantista” per il nostro Paese?
Quando si parla di giovani, va in primo luogo ricordato che in molti paesi occidentali, e soprattutto in Italia, sono una “merce rara”. Oggi nascono nel nostro Paese meno di un terzo dei bambini che nascevano negli anni Cinquanta e Sessanta. Siamo, conseguentemente, società assai invecchiate e la demografia degli anziani toglie potenzialità alle evoluzioni sociali e impedisce la produzione di un’idea di Futuro.
I giovani sono “minoritari” e questo genera una “minorità politica”. E ciò è grave. Lo si riscontra anche dalle indagini dell’Eurispes che, come appena riportato, vedono i giovani orientati, ad esempio, verso una giustizia penale che non sia solo punitiva, verso misure alternative al carcere e alla depenalizzazione di determinati reati, orientati al superamento dell’ergastolo. Più in generale, alcuni diritti sociali e individuali che in Italia faticano ad affermarsi, avrebbero forse un iter più veloce se i giovani fossero più ascoltati.
Sto pensando, ad esempio, allo ius culturae, per non parlare della loro maggiore consapevolezza sui problemi ambientali. Ma i giovani, noi, li respingiamo per un egoismo generazionale che li mantiene fuori dalla porta. Ed è difficile immaginare che il Next Generation Ue possa cambiare effettivamente il quadro di una questione che è soprattutto culturale.










