di Tonia Mastrobuoni
La Repubblica, 12 novembre 2022
Igor Tuleya, magistrato, è stato sospeso perché non in linea col governo. Ma non è il solo ad essere vittima del sistematico smantellamento dello stato di diritto nel Paese.
“La Polonia non è più neanche paragonabile all’Ungheria di Orbán. Siamo piombati nella Turchia di Erdogan. Noi giudici veniamo perseguitati e minacciati ad ogni livello, se non emettiamo sentenze che piacciono al governo”. Igor Tuleya è collegato da Varsavia via Zoom. In questi anni il suo volto spigoloso, sempre serio, i suoi occhi celesti, sono comparsi su miriadi di manifesti per le strade di Varsavia, via via che lo stato di diritto si spegneva nelle aule dei tribunali. Il verdetto che lo ha allontanato nel 2020 dalla sua scrivania ha mobilitato le piazze; ogni ulteriore udienza è stata accompagnata da migliaia di manifestanti che hanno sfilato accanto ai giudici “ribelli” nelle loro toghe scarlatte. Da anni chi difende l’indipendenza della dea bendata, grida nelle piazze una parola sola: “Costituzione”.
Nemico pubblico - Tuleya è diventato uno dei giudici-simbolo dello smantellamento sistematico della giustizia e della Costituzione ad opera della forza politica che guida la Polonia da sette anni, il partito Diritto e giustizia (Pis). Due anni fa il Consiglio disciplinare della Corte suprema lo ha sospeso dal suo incarico, gli ha tagliato lo stipendio del 25 per cento e gli ha tolto l’immunità. “E a nulla è servito che la Corte di Giustizia europea abbia dichiarato illegittima la Camera disciplinare che mi ha sospeso, che la Commissione Ue abbia bloccato i fondi alla Polonia finché quella Camera non veniva cancellata”. Di recente, è vero, il governo del premier Mateus Morawiecki ha abolito la Camera disciplinare. “Ma l’ha sostituita con una “Camera della responsabilità professionale” che ha solo un nome diverso ma lo stesso identico scopo. Una beffa totale”, racconta. I procedimenti disciplinari contro di lui continuano ad accumularsi: al momento sono sette. Per il governo è un nemico dello Stato.
Ma non è tutto. Le campagne diffamatorie nei suoi confronti, anche sulle televisioni pubbliche rigorosamente controllate dal Pis, gli attacchi incessanti sui social media, le minacce telefoniche e gli insulti per strada sono gli effetti neanche troppo collaterali del suo calvario giudiziario. “Le aggressioni stanno diventando più brutali: l’anno scorso, se non mi fossi protetto con una mano, mi avrebbero spezzato i denti con un pugno”, confessa. Già quando indossava ancora la toga, Tuleya era famoso per i suoi verdetti indipendenti e per aver fatto infuriare il Pis, il partito che dal 2015 è padrone del Paese ed è stato co-fondato dall’ex premier Jaroslaw Kaczynski. Il tribunale in cui Tuleya lavorava è stato evacuato due volte per allarmi antrace, la sua porta di casa imbrattata di escrementi. “No, non mi sento ancora un dissidente. Ma questa Polonia è molto peggio di quella comunista degli anni Ottanta, per certi versi. Allora non c’era questa sistematica persecuzione dei giudici considerati scomodi”.
Metodi stalinisti - Nel 2013, quando il Pis era all’opposizione, Igor Tuleya presiedette un celebre processo e annullò molte delle accuse rivolte contro un medico, Miroslaw Garlicki, condannato ai tempi in cui Diritto e giustizia non era ancora al governo. Tuleya, assolvendolo in parte dalle accuse, aveva parlato di “metodi stalinisti” usati dalle autorità pubbliche contro il medico. Il giudice ricorda che “la polizia aveva arrestato il medico, lo aveva sottoposto a lunghi interrogatori notturni, aveva usato mezzi illegali” per inchiodarlo. Il partito di Kaczynski non gli ha mai perdonato quell’“onta”.
Così come non gli ha perdonato un altro episodio: nel 2016, poco dopo aver vinto nuovamente le elezioni, il Pis impedì all’opposizione di votare il bilancio in Parlamento. È il famoso episodio della “Sala delle Colonne”. Un anno dopo, Tuleya fu chiamato a giudicare quell’evento. E non ebbe dubbi: “La democrazia è stata sepolta. La maggioranza parlamentare ha deliberatamente e con premeditazione calpestato le regole costituzionali”, sentenziò in aula. Così il Pis gli ha scatenato contro la Camera disciplinare, che gli ha strappato l’immunità e la toga con la scusa che quel processo era stato “illegittimamente” tenuto a porte aperte, con la presenza dei media.
La crociata contro le toghe è giustificata dal Pis come una battaglia contro la “casta”: persino il presidente della Repubblica, Andrzej Duda, anche lui proveniente dalle fila del Pis, se la prende spesso con le “élite dei giudici”. Ma la propaganda del governo giustifica la persecuzione delle toghe anche come una purga contro presunti, immarcescibili comunisti che si nasconderebbero ancora nei tribunali. E questo è forse l’aspetto che fa più sorridere Waldemar Zurek, un passato giovanile nei movimenti anticomunisti, un presente di persecuzioni giudiziarie e personali e di campagne intimidatorie. Anche Zurek è tra i giudici più famosi della Polonia attuale. “Non mi sento un dissidente, perché ho conosciuto i grandi eroi che hanno lottato contro il comunismo, ai tempi di Solidarnosc. Ma che il Pis si sia messo sotto i tacchi la giustizia è una cosa ormai assolutamente innegabile”.
Raggiungiamo anche lui via Zoom, a Cracovia, mentre sta lottando contro l’ultimo capitolo della politicizzazione delle toghe: l’occupazione della Corte suprema. Anni fa Zurek era il portavoce del Krs, il Consiglio nazionale giudiziario, che nomina i togati e tutela la loro indipendenza. Nel 2018 il vecchio Krs è stato spazzato via per fare posto a giudici vicini al governo. E Zurek ha fatto ricorso alla Corte europea per i diritti umani. Strasburgo non solo gli ha dato ragione, ma ha anche denunciato una campagna più ampia di delegittimazione contro il togato: “C’è stata una strategia per intimidire (o persino silenziare) il giudice per le sue opinioni”.
Un giorno dopo le critiche espresse da Zurek contro le ampie riforme giudiziarie avviate dal governo Morawiecki, l’Ufficio anticorruzione ha sguinzagliato i suoi ispettori a perquisire i suoi uffici presso la corte di Cracovia, il Fisco ha ordinato un’indagine sul suo patrimonio e altri cinque procedimenti disciplinari sono stati avviati contro di lui. La Corte di Strasburgo ha poi comminato una multa alla Polonia per averlo perseguitato: 25mila euro. Ma il ministero degli Esteri ha bloccato tutto.
Ventidue cause - “Nel frattempo” sottolinea il magistrato, “i procedimenti disciplinari contro di me sono diventati ventidue. E hanno anche cercato di intimidire mia moglie”. Zurek può ancora indossare la toga, ma è vittima di un persistente mobbing: “Mi hanno spostato da un tribunale all’altro senza il mio consenso. Mi annullano o mi spostano le ferie. Un giorno sono arrivato al lavoro e il parcheggio per la mia auto era sparito. Continuano ad arrivarmi telefonate di insulti, di minacce, sui social partono continuamente campagne d’odio”. Nonostante le condanne di tutte le istituzioni europee, allarmate per le violazioni continue dello stato di diritto in Polonia. “Il fatto che Zbigniew Ziobrio possa essere allo stesso tempo ministro della Giustizia, Procuratore generale e capo di un partito è solo la punta dell’iceberg di un sistema che ormai ha totalmente assoggettato la giustizia alla politica”, conclude. E quando non c’è più la separazione dei poteri, come già insegnava secoli fa un certo Montesquieu, anche la libertà muore.










