di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 9 giugno 2019
Non accade spesso di vedere piangere un giudice. In genere lo fanno gli imputati, le vittime e i rispettivi parenti. Nel film documentario "Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri" di Fabio Cavalli (oggi alle 23,15 su Rai1) i giudici svestono la toga, tornano persone tra le persone e si commuovono davanti alle domande, alle voci, agli sguardi, alle luci e ai bui dei detenuti che la Consulta ha deciso di incontrare per la prima volta dalla sua nascita, nel 1956.
Cavalli dirige dal 2002 la "Compagnia dei liberi artisti associati" del carcere di Rebibbia. Il suo lavoro ispirò i fratelli Taviani per Cesare deve morire, Orso d'Oro a Berlino. Nel Viaggio in Italia, prodotto da Rai Cinema e Clipper Media, accompagna i giudici delle leggi (non delle persone) nei penitenziari da Milano a Lecce, nei reparti femminili, in quelli ad alta sicurezza, tra i baby criminali di Nisida, Napoli. Sempre accompagnati dall'agente di polizia penitenziaria Sandro Pepe.
In fondo il vero protagonista del film, punto di contatto tra due mondi così lontani. Un viaggio - fisico e visivo - tutt'altro che edificante. In cui i giudici escono dal Palazzo, dalla dottrina e dalla giurisprudenza dove tutto trova senso, e raggiungono i margini della società, le vite al limite, le storie senza lieto fine, le sentenze in ogni caso sbagliate.
Al netto di qualche didascalismo, il film restituisce il senso del viaggio voluto dal presidente Giorgio Lattanzi, in continuità con lo sforzo avviato dal predecessore Paolo Grossi di "aprire" la Corte. Osserva a un certo punto un giovane detenuto di Nisida: "La Costituzione dice che siamo tutti uguali, ma non è vero".
I giudici, non senza difficoltà, spiegano. Ma sono i detenuti a prendere la scena e il microfono. Interrogano, incalzano, raccontano, rivendicano, talvolta supplicano. Permessi, diritti, umanità, legalità. Domande in cerca di risposte che non potranno essere esaustive, soddisfacenti, pacificanti. I principi costituzionali si sciolgono nella quotidianità di una cella scrostata, di un figlio che non s'incontra da mesi, di un amore impossibile, di una famiglia disgraziata.
Ma anche nella speranza di un laboratorio di cucina, di un'officina che ripara biciclette, di una biblioteca. Scrive Cavalli nelle note di regia: "Pur nella differenza d'epoca, intenti e contesti, si immagina per questo lavoro di assumere quel principio che fu di Guido Piovene nel "Viaggio in Italia": andare a scoprire davvero quello che si crede illusoriamente di conoscere". A un certo punto la giudice Daria De Petris si commuove e abbraccia una detenuta. Non accade spesso.










