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di Simona Musco

Il Dubbio, 4 luglio 2026

I presidenti dei Tribunali scrivono a Mattarella: poche unità nonostante l’emergenza carceraria e il sovraffollamento record. Non si può indebolire la magistratura di Sorveglianza. Specie “in questo particolare momento di grave emergenza carceraria”, dovuto a un “sovraffollamento ai massimi storici che comprime gravemente le condizioni umane all’interno degli istituti”. Farlo significa “compromettere l’effettività della funzione giurisdizionale” in un settore nel quale “la tempestività delle decisioni rappresenta essa stessa garanzia dei diritti inviolabili della persona”. È con questo durissimo richiamo alla “tutela dei diritti fondamentali delle persone private della libertà personale” che il primo luglio, giorno della stabilizzazione degli addetti all’ufficio del processo, i presidenti di tutti i Tribunali di Sorveglianza d’Italia hanno scritto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nella sua duplice veste di vertice del Consiglio superiore della magistratura e garante della Costituzione, e per conoscenza al ministro della Giustizia Carlo Nordio e al Capo del Dipartimento dell’Organizzazione giudiziaria, Lina Di Domenico, manifestando profonda preoccupazione per i criteri con cui sono stati distribuiti i nuovi assunti.

Un piano di stabilizzazione che ha visto destinare ai Tribunali di Sorveglianza un contingente “di gran lunga inferiore” a quello “promesso” durante i faccia a faccia con il ministero e a quello destinato alle altre autorità giudiziarie. Tale scelta, si legge nella lettera, “finisce per mortificare ancora una volta un settore della giurisdizione che da anni opera in condizioni di grande sofferenza organizzativa e che ha assoluto bisogno di un concreto rafforzamento”.

Se da un lato via Arenula celebra i numeri di un’operazione di stabilizzazione senza precedenti per la Pubblica amministrazione - ben 9.147 unità di personale delle diverse qualifiche funzionali, su un totale di 9.368 aventi diritto -, dall’altro il grido d’allarme formale e unanime della magistratura che si occupa della fase più delicata della pena apre una imprevista e profonda faglia istituzionale. La maxi-stabilizzazione, arrivata dopo mesi di passione, ha ridisegnato la geografia dei tribunali italiani, con uno sforzo economico complessivo, sostenuto interamente con risorse interne del ministero e blindato da un accordo con le organizzazioni sindacali, che ammonta a 487.782.596 euro.

L’effetto immediato di questo innesto di massa è il crollo del tasso di scopertura nazionale degli uffici giudiziari, che al 30 giugno 2026 si attestava al 35,50% e che oggi precipita bruscamente al 16% in tutta Italia, andando incontro alle richieste dell’Europa. Una misura che per il ministro Carlo Nordio “mira a una giustizia più efficiente e più rapida, alla quale seguirà entro l’anno il completamento delle coperture dell’organico della magistratura, cosa che non accadeva dalla fondazione della Repubblica”.

Tuttavia, a disturbare la festa sono le asimmetrie distributive che hanno innescato una piccola rivolta istituzionale. La sproporzione denunciata dai magistrati di Sorveglianza emerge in modo palese analizzando le tabelle ufficiali delle assegnazioni. Mentre i grandi Tribunali ordinari ottengono centinaia di rinforzi stabili, le strutture di Sorveglianza ricevono quote esigue, se non addirittura “simboliche”, secondo i firmatari. A titolo d’esempio, l’ufficio ordinario di Roma ottiene ben 254 unità a fronte delle sole tre assegnate al Tribunale di Sorveglianza capitolino. La stessa identica sorte tocca a Napoli, dove i 223 posti del Tribunale di merito si scontrano con i soli tre destinati alla Sorveglianza, e a Milano, dove il rapporto è di 183 a tre. Anche nei distretti di Bologna e Bari si registrano asimmetrie simili, con i Tribunali ordinari che incassano rispettivamente 88 e 93 funzionari, mentre le relative Sorveglianze si devono accontentare di tre e due unità.

Privilegiate persino le procure, nonostante i pubblici ministeri possano già contare sulla collaborazione strutturata e continuativa della polizia giudiziaria, mentre la magistratura di sorveglianza deve fare i conti con le ridottissime unità di polizia penitenziaria che l’amministrazione riesce a distaccare presso i loro uffici. L’aspetto più allarmante risiede nell’impatto diretto che tale carenza rischia di produrre sulla gestione delle carceri. La giurisdizione di sorveglianza, ricorda la nota dei presidenti, rappresenta il presidio fondamentale per garantire i diritti inviolabili delle persone private della libertà e l’attuazione dei principi costituzionali sulla pena. Che deve mirare a rieducare, oltre che a punire, e necessita dunque di risorse adeguate per raggiungere lo scopo previsto dalla Costituzione.

A fronte di un carico di lavoro costantemente accresciuto da riforme legislative e pronunciamenti della Corte costituzionale e della Cassazione, che hanno esteso competenze e responsabilità senza alcun parallelo incremento delle risorse umane, si rischia ora il collasso organizzativo. Il rischio concreto, conclude la lettera, è che l’esiguità dei nuovi contratti renda “sostanzialmente frustrate” le aspettative legittimamente maturate, finendo per “rendere irrealizzabile qualsiasi serio progetto di riorganizzazione fondato sull’apporto di tale personale” e trasformando la storica stabilizzazione del Pnrr in un’occasione mancata per il settore più esposto. La richiesta finale al Csm e al ministero è dunque la riconsiderazione delle assegnazioni, provvedimento “non più rinviabile, indispensabile per garantire il corretto funzionamento di uffici che costituiscono un essenziale presidio di legalità e di tutela dei diritti fondamentali”.