di Ettore Grenci*
Il Dubbio, 17 luglio 2024
È rimbalzata nei social e nelle chat in poche ore. Molti credevano fosse una fake news, un lavoro ben fatto con Photoshop. Ma poi, ad uno sguardo più attento, tutto era in ordine: timbri, firme, a partire dal logo della Repubblica Italiana. Stiamo parlando dell’ordinanza del Magistrato di Sorveglianza di Firenze con la quale è stata rigettata la richiesta di liberazione anticipata di un detenuto con la seguente, laconica, motivazione: “considerato che il tentativo di togliersi la vita mediante impiccagione è incompatibile con il presupposto della liberazione anticipata, che è la partecipazione all’opera rieducativa”.
Sforziamoci di andare con ordine, perché l’istinto porterebbe in altre direzioni. L’istituto della liberazione anticipata è lo strumento giuridico di natura premiale previsto dall’art. 54 dell’ordinamento penitenziario che consente una detrazione di 45 giorni per ogni singolo semestre di pena scontata da persona detenuta che abbia dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione. È un beneficio a cui possono accedere tutti i detenuti a prescindere dal reato commesso e dall’entità di pena da eseguire. Nelle condizioni in cui versano oggi le carceri del nostro Paese, la prima domanda che realisticamente dovrebbe porsi chi deve decidere sulla concessione del beneficio non è se il detenuto abbia o meno partecipato all’opera di rieducazione, ma se un’opera di rieducazione sia mai esistita per quel detenuto.
Avrebbe dovuto chiederselo il magistrato di sorveglianza di Firenze che ha scritto quell’ordinanza, e che forse non conosce le condizioni in cui vivono nel carcere di Sollicciano 564 esseri umani, stipati in uno spazio tra i 3 ed i 4 mq destinato a non più di 400 detenuti, con cimici, muffa, mancanza d’acqua. A tutto questo si aggiunge il recente suicidio di un ragazzo appena ventenne, anche lui evidentemente recalcitrante all’ “opera rieducativa”, come tutte le altre 55 persone che da inizio anno si sono tolte la vita nelle carceri del nostro Bel Paese. Avrebbe dovuto chiederselo, e magari andare a vedere di persona le condizioni in cui questa “opera rieducativa” viene svolta, come si vive in carcere, ma anche come si muore, visto che, tanto per dire, questo sarebbe uno dei doveri imposti dalla Legge proprio alla magistratura di sorveglianza.
Ogni Magistrato di sorveglianza ha infatti l’obbligo di andare frequentemente in carcere e di ascoltare le voci dei detenuti, di verificare le loro condizioni di vita, il rispetto della loro dignità e dei loro diritti, ed ha il compito di vigilare sull’organizzazione degli istituti penitenziari e di prospettare al Ministro di Giustizia le varie esigenze, in particolare quelle relative alla rieducazione ed alla tutela dei diritti di quanti sono sottoposti a misure privative della libertà.
Quante volte i magistrati hanno visto le carceri alle cui sbarre quel detenuto ha tradito l’opera di rieducazione così gentilmente offertagli dallo Stato? Quante volte hanno ascoltato le voci, con tutti i dolori e le sofferenze che possono portare una persona a vedere nella morte l’unica via d’uscita dignitosa per una vita non più degna di essere vissuta? È lo stesso magistrato a rispondere a queste domande, nelle motivazioni di un’altra sua ordinanza con la quale ha respinto il reclamo di alcuni detenuti che denunciavano le gravi carenze igienico- sanitarie del carcere di Firenze. Dopo aver risposto che la fornitura di acqua calda non è un loro diritto, perché essa “si può pretendere solo in strutture alberghiere”, ha affermato che comunque le varie lamentele erano smentite dalle diverse prospettazioni dell’Amministrazione Penitenziaria, a cui va attribuita maggiore credibilità rispetto alla parola dei detenuti.
Eppure l’art. 7 del regolamento di esecuzione penitenziaria (servizi igienici) chiarisce che i vani in cui sono collocati i servizi igienici devono essere forniti di acqua corrente calda e fredda. E sarebbe sufficiente vedere con i propri occhi cosa succede nel carcere di Sollicciano e nelle decine di altre carceri italiane, luoghi che Mattia Feltri ha giustamente definito come “costruzioni criminali di Stato, legalizzate dalla nostra indifferenza”, di fronte alle quali si apre il “baratro morale della nostra nazione”.
*Responsabile commissione diritti umani Coa Bologna









