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di Liana Milella

La Repubblica, 30 marzo 2022

All’incontro con Cartabia e D’Incà non si presenta Cosimo Ferri che aveva polemizzato con la ministra. La Guardasigilli ribadisce: “Sorteggio incostituzionale”. Lega e Italia Viva vogliono mani libere al Senato. Rimane l’illecito disciplinare “duro” contro chi viola la presunzione d’innocenza.

Ancora tre ore di vertice sulla riforma del Csm. E stavolta non partecipa Cosimo Maria Ferri, tuttora magistrato, ma deputato di Italia Viva, che appena 24 ore prima aveva posto alla Guardasigilli Marta Cartabia un altolà sul sistema del sorteggio come legge elettorale per rinnovare il Consiglio superiore. Di cui Cartabia ribadisce l’assoluta incostituzionalità che lo rende inapplicabile con parole nette del tipo “non darò mai il mio parere favorevole”, anche perché se dovesse entrare nella legge dal Quirinale potrebbe arrivare uno stop all’intera riforma.

a Lega e Italia Viva insistono e chiedono assoluta libertà di modifiche nel futuro passaggio al Senato, rifiutando l’ennesimo appello del ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà.

A cui risponde invece favorevolmente Eugenio Saitta, relatore della riforma per M5S, che nella riunione dichiara: “In un’ottica di maggioranza, se tutti sono disponibili a ritirare gli emendamenti, io ne parlo con Giuseppe Conte, e cerco una sintesi di gruppo, ma per farlo devo avere la garanzia che c’è l’impegno delle altre forze politiche a fare lo stesso”. Impegno che finora non c’è da parte di Lega e Italia Viva, mentre sembra più disponibile Forza Italia. Giovedì nuova riunione di maggioranza. “L’unica cosa che ho da offrire al Parlamento, che cerca punti di sintesi, è la luce della Costituzione”.

Ed è proprio su queste parole della Guardasigilli, in vista di giovedì, che bisogna riflettere. Perché la ministra, mentre presenta a sera, con il presidente della Consulta Giuliano Amato, il libro del direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini “Uguali per Costituzione”, ritorna alla riforma del Csm. “Sono fiduciosa - dice guardando già a giovedì - perché sono stati fatti passi avanti. Stiamo cercando i punti di convergenza, ciò che ci unisce per farlo prevalere rispetto alla diversità dei punti di partenza che sono sotto gli occhi di tutti”.

Cartabia non nega i contrasti, ma torna alla Costituzione, il suo libro mastro, dicendo che “non è un documento morto, ma continua a darci ispirazione, sia per i suoi principi, sia per lo spirito di unità che stiamo cerca di coltivare anche in questa importante riforma dell’ordinamento giudiziario”. Nessun riferimento specifico ai punti controversi - sorteggio e responsabilità civile diretta - ma un richiamo fermo a quello che la Carta può consentire o può impedire. Proprio come nel caso dei due punti su cui insiste il centrodestra.

Si chiude sulle porte girevoli - Comunque un primo risultato viene raggiunto. Un’intesa definitiva sulle cosiddette “porte girevoli”, la possibilità per i magistrati di entrare in politica e poi uscirne mettendo di nuovo la toga sulle spalle. Questo non sarà più possibile. “Mai più casi Maresca” dunque, come ha garantito Cartabia. Sia i giuridici eletti che quelli non eletti non potranno più tornare indietro, perché - è il criterio - la loro indipendenza è ormai definitivamente compromessa.

A questa regola dovrà sottostare anche chi entra a far parte del governo, come l’attuale sottosegretario alla presidenza Roberto Garofoli, che è un consigliere di Stato. Diverso regime invece per i capi di gabinetto perché la loro connotazione è più tecnica. Ma, terminato l’incarico, dovranno restare per tre anni senza chiedere, né assumere incarichi direttivi. Il Dem Walter Verini, anche nella veste di co-relatore della riforma, non ha dubbi: “Si tratta di figure che svolgono un ruolo chiave per lo Stato, e quindi non possono essere puniti per questo”. Naturalmente la legge avrà una norma transitoria e varrà per il futuro. Anche se Enrico Costa di Azione ha ipotizzato un emendamento escamotage che potrebbe costringere anche chi riveste oggi incarichi tecnici a scegliere entro un certo lasso di tempo.

Resta l’illecito sulla presunzione d’innocenza - Ed è ancora Costa, almeno al momento, che sembra aver vinto la battaglia sull’illecito disciplinare per punire il pm che parla del processo e viola la direttiva sulla presunzione d’innocenza approvata a novembre. Duramente contestato da Giuseppe Cascini, ex pm di Roma e togato del Csm, che considera la norma un attacco alla libertà di stampa. Ma tant’è. Alfredo Bazoli, capogruppo del Pd in commissione Giustizia, ritira il suo emendamento che pure era stato accettato dalla ministra Cartabia, e ipotizzava l’illecito solo nel caso di “un comportamento idoneo a ledere i diritti dell’indagato”. Formulazione che Costa boccia sin dalla mattina perché, a suo dire, “mette nel nulla la legge stessa sulla presunzione d’innocenza”.

Obbligatorio per il pm fare prima il giudice - Ecco un’altra novità che potrebbe materializzarsi con la riforma. La propone Costa, la vuole Federico Conte di Leu, la sottoscrivono Verini e Bazoli, sta bene a Saitta, e piace alla Cartabia che nel corso dell’incontro la definisce “interessante”. E arriva pure il sì del senatore di Forza Italia Giacomo Caliendo. In pratica si ridurrebbero dagli attuali quattro oggi consentiti a solo due i passaggi da giudice a pm e viceversa. Ma con l’obbligo, per chi entra in carriera, di fare prima il giudice e solo dopo il pm. In modo da avere piena esperienza dell’iter processuale.

L’ostacolo della legge elettorale - I Dem lavorano per raggiungere un’intesa. E altrettanto collaborativi sono i 5stelle che con la riforma Cartabia in realtà portano a casa anche la riforma dell’ex Guardasigilli Alfonso Bonafede che ne rappresenta l’impianto originario. Ma adesso il vero ostacolo - che potrebbe anche bloccare l’arrivo della riforma in aula alla Camera per l’11 aprile - è la futura legge per il Csm. “O si arriva a una riforma condivisa, e la ministra Cartabia sta lavorando per questo, e si portano a casa tre riforme di sistema utili per giustizia italiana (civile, penale, del Csm), ma se prevalgono posizioni divisive proprio la legge sul Csm rischia di restare al palo” dice durante la riunione il dem Verini.

A questo punto, anche in vista del prossimo incontro di giovedì, tutto dipenderà dall’effettiva volontà di Lega e Italia viva di giungere a un accordo. Il leghista Roberto Turri ha detto chiaramente che dovrà parlarne con Matteo Salvini e con la responsabile Giustizia Giulia Bongiorno. Il capogruppo in commissione Giustizia di Forza Italia Pierantonio Zanettin dovrà sentire Antonio Tajani. Mentre Italia viva manda in campo i “duri”, ieri Ferri, oggi Catello Vitiello, l’ex M5S espulso già durante le elezioni perché considerato massone, e mette in panchina, perché troppo “colomba”, la capogruppo in commissione Giustizia Lucia Annibali.

La ministra Cartabia replica con savoir-faire e alla commissione Giustizia della Camera, impegnata nella riforma, comincia a mandare i pareri su tutti gli emendamenti che già vedono la maggioranza d’accordo. Resta il nodo del sorteggio, ma in casa Pd - alla riunione era presente anche il senatore Franco Mirabelli, capogruppo in commissione Giustizia a palazzo Madama - si può raccogliere il seguente commento: “Si sta già trattando sul rapporto tra quota maggioritaria e quota proporzionale, quindi l’impressione è che chi spinge sul sorteggio in realtà voglia tenere in piedi il vessillo, ma solo per non cedere subito”. Giovedì nuovo round.