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di Riccardo Ferrante

 

Il Secolo XIX, 22 giugno 2019

 

L'espressione severa del Presidente della Repubblica durante il plenum del Csm ha già da sola reso chiara la gravità del momento. Poco più di due anni fa aveva esortato un vasto gruppo di neo-magistrati a "equilibrio, ragionevolezza, misura e riserbo" come "virtù che devono accompagnare il magistrato in ogni sua decisione" senza "smarrire mai il senso dei propri limiti, in particolare di quelli istituzionali".

Adesso, sono ancora le sue parole, va invece denunciato un "quadro sconcertante e inaccettabile"; fugando ogni dubbio sul fatto che si possa minimizzare, o contestualizzare, ha denunciato la "indebita partecipazione di esponenti di un altro potere dello Stato".

Ora "si volta pagina nella vita del Csm", scandisce Mattarella. Uno dei nodi è quello del carrierismo, aborrito formalmente da tutti. La carriera è stata per secoli moneta corrente tra potere politico e giudici. In questo l'art-107 della Costituzione ha rappresentato un radicale cambiamento: "I magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzione".

La progressione divenne via via "a ruoli aperti": si consegue la categoria (il grado) e il relativo stipendio della funzione superiore anche se non la si esercita in concreto. Col che magistrati esperti ed avanti nella carriera rimasero, e rimangono, a presidiare fondamentali posizioni di frontiera, con indiscutibili vantaggi proprio nei momenti di maggiore crisi: terrorismo e criminalità organizzata, ad esempio.

Altro problema il correntismo. E qui avviene il cortocircuito tra elezione ai ruoli dirigenti nelle rispettive "associazioni", incarichi direttivi nella Associazione nazionale magistrati, partecipazione ai Consigli giudiziari locali e infine elezione al Csm. Una sorta di campagna elettorale permanente, che certo non giova a tenere sereno il clima all'interno dell'ordine giudiziario.

Oggi le correnti non sono state ritenute degne nemmeno di un minimo cenno da parte del Presidente della Repubblica. Il danno provocato dai dopocena romani è enorme, perché comunque le associazioni tra magistrati hanno storicamente svolto un ruolo di elaborazione culturale e politica importante. Ora il discredito appare totale.

Nell'attività del Csm, carrierismo e correntismo si saldano presso la fatale Quinta commissione, che discute le nomine agli uffici direttivi e semi-direttivi. Qui le correnti rivendicano la loro presenza attiva, qui può succedere che le pulsioni carrieristiche si scatenino, svelate adesso dal trojan horse inserito nel telefono mobile del giudice Palamara. Al di là delle patologie odierne, il problema è in effetti come giudicare le esperienze di lavoro per l'attribuzione degli incarichi di vertice, e in particolare quelli non strettamente giurisdizionali.

Molti le maturano "fuori ruolo", con incarichi, anche apicali, all'interno dei ministeri. D'altronde la magistratura è un serbatoio preziosissimo di professionalità giuridica cui le istituzioni devono poter attingere. Quanto alle elezioni al Csm, fioriscono soluzioni che le disconnettano dalle correnti. Impresa ardua vista la consolidatissima prassi contraria, in alcuni casi anche molto raffinata e opportunistica.

Ad esempio spicca la necessità di andare a elezioni suppletive per la quota pm, visto che durante le elezioni scorse su quattro posti disponibili, quattro soli - guarda caso - erano i candidati, venendo così a mancare almeno un primo dei non eletti. Come si è già scritto il sorteggio puro ha un chiaro ostacolo costituzionale. Si potrebbe adottare un sorteggio tra precedentemente eletti, ottimisticamente definito da Michele Anis il "sorteggio dei migliori", come avverrebbe per la Abilitazione scientifica nazionale, meccanismo in realtà assai discusso e discutibile, per svariati motivi.

La commissione istituita nel 2015 per le "Modifiche alla costituzione e al funzionamento del Csm" auspicava un sistema elettorale a doppio turno, maggioritario al primo e proporzionale con liste concorrenti al secondo. Un sistema con collegi uninominali ma con sistema proporzionale lo ha indicato Gaetano Silvestri; garantirebbe forse candidati legati alla rappresentanza dei magistrati di un territorio, più che non alle correnti di appartenenza, senza per altro demonizzarle (collegherebbero per gruppi i candidati).

Il problema, però, resta l'indipendenza del magistrato, quella esterna, ad esempio dal potere politico, ma anche quella interna, dalle gerarchie di corrente, oltre che di ufficio. Comunque sia, la magistratura italiana, per sapienza scientifica e cura nella tutela dei diritti, rimane una delle migliori al mondo. Le condotte che la infangano sono alla fine l'offesa più dolorosa.