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di Giuliano Santoro

Il Manifesto, 21 ottobre 2026

Due rischi speculari: quello della criminalizzazione della rabbia e quello della sua politicizzazione forzata, alla ricerca di un soggetto rivoluzionario. Quest’ultimo pare sventato. Il primo esiste, e non viene solo dal governo. Bisogna indossare occhiali nuovi e disporsi a categorie inedite per leggere ciò che avviene nelle piazze in questi giorni e per cogliere il senso politico dell’insorgenza dei giovanissimi che ha come epicentro Milano. Per farlo, occorre evitare due rischi speculari, entrambi ad alto tasso di politicismo. Il primo porta a bollare i cosiddetti “maranza” come utili idioti della destra: gli untorelli postmoderni. Il secondo conduce a salutarli così, sic et simpliciter, come il nuovo soggetto rivoluzionario dei nostri tempi finalmente precipitato nelle nostre città bisognose di conflitto.

Questa seconda trappola, forse inaspettatamente, pare sventata: nella variegata schiera di osservatori più o meno interessati, a sinistra e nei movimenti, non risultano apprendisti stregoni. Si sente da più parti l’esigenza di comprendere e leggere i nuovi fenomeni.

La prima attitudine, invece, trova qualche spazio. Come da copione, il governo prepara l’ulteriore (siamo all’ottavo) pacchetto securitario quando appare evidente che gli scontri del 17 ottobre sono l’ennesima dimostrazione del fallimento delle politiche repressive. Tuttavia, il riflesso d’ordine è ben più largo. All’indomani degli scontri di piazza Duomo, la Camera del lavoro milanese ha convocato una piazza in difesa della “coesione sociale”. Viene subito da pensare che meno di due anni fa Maurizio Landini aveva scandalizzato i reazionari quando giustamente aveva invitato alla “rivolta sociale”. L’automatismo della ricomposizione a tutti i costi e della difesa dell’arco costituzionale mentre ci sono i fascisti al governo deve provenire dagli spettri degli anni Settanta.

Mentre la situazione milanese degenerava, la Cgil sfilava a Roma insieme alle associazioni della Via Maestra. È stato un corteo tutt’altro che ingessato e rituale, con una grossa componente giovanile e studentesca che ha spinto il sindacato a far combaciare il suo sciopero generale con la giornata europea di lotta studentesca del 20 novembre. L’idea che su piani diversi, a volte intrecciati altre volte solo paralleli, si possano far vivere e convivere le vertenze e le insorgenze è l’unica percorribile. In questi quattro lunghi anni di governo Meloni ancora più delle destre, con la loro egemonia debole e l’incapacità strutturale a rapportarsi con pezzi interi di paese, ha fatto paura il vuoto politico e sociale, la miriade di solitudini e l’atomizzazione dei conflitti che pure esistevano, l’incubo di doversi arrendere a un paese pacificato e silente di fronte alle ingiustizie. Il clima adesso è diverso, la forza del paese che ha respinto la destra al referendum non trasloca immediatamente nel campo progressista ma si palesa nelle mobilitazioni di questo autunno.

Quasi dieci anni fa, sempre a Milano, dopo un movimentato corteo contro l’Expo, l’amministrazione di sinistra ebbe l’idea di organizzare la contro-manifestazione che si definì delle “spugnette”. Serviva a cancellare ogni traccia di dissenso e rivolta nella città che poi sarebbe divenuta respingente e diseguale oltre le (pessime) previsioni dei contestatori più accaniti. Già allora non parve un bel messaggio. Visto col senno del poi fu un segnale terribile, emblematico della paralisi dei dieci anni successivi. Sarebbe bene prendersi cura della rabbia e di chi la manifesta. Perché sarà difficile respingere la marea nera che trae forza dagli appetiti degli oligarchi globali senza fare tesoro di questo patrimonio di lotte e linguaggi.