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di Paolo Salom

Corriere della Sera, 3 giugno 2022

Uno studio ha analizzato 3 mila documenti in lingua cinese redatti dagli stessi medici che effettuavano le “operazioni”, nei quali si spiega come gli organi venissero espiantati da detenuti condannati a morte che ancora respiravano autonomamente.

La questione non è nuova per quanto raccapricciante. Quello che ora è emerso, tuttavia, getta un inedito sguardo su una realtà agghiacciante: per 35 anni, dal 1980 al 2015, la Cina ha permesso l’espianto di organi, da destinare ai trapianti, da detenuti condannati a morte - con o senza il loro assenso.

E - rivela uno studio pubblicato originariamente sulla rivista scientifica American Journal of Transplantation, e firmato dal chirurgo israeliano Jacob Lavee con il ricercatore australiano Matthew Robertson (che ne hanno scritto anche sul Wall Street Journal) - molto spesso la procedura medica aveva inizio prima ancora che il condannato fosse “giustiziato” secondo la procedura prevista dalla legge cinese. In altre parole: “Erano i medici stessi a togliere la vita al detenuto con i loro bisturi”.

Gli autori hanno condotto la loro ricerca su 3 mila documenti in lingua cinese redatti dagli stessi medici che effettuavano le “operazioni”: oltre 300 professionisti che hanno portato a termine il loro compito in 56 differenti ospedali della Repubblica Popolare.

I particolari emersi sono al limite del tollerabile, con descrizioni degli interventi redatte in termini scientifici e tuttavia rivelatori. “Spesso - scrivono Lavee e Robertson - sono i chirurghi stessi a spiegare come il paziente fosse ancora vivo al momento dell’intervento, e che era il distacco del cuore pulsante il motivo dell’immediato decesso”. Questo perché, viene spiegato, dal dettagliato rapporto medico si evince che l’uomo o la donna sul lettino “respirava autonomamente” prima dell’incisione con il bisturi.

Come è noto, il giuramento di Ippocrate è molto chiaro sul fatto che un medico non può causare un danno “volontario” sul paziente. Inoltre, l’etica sugli espianti di organi, così come riconosciuta internazionalmente (e sottoscritta anche dalla Cina), impone rigide regole prima di consentire la procedura: una di queste stabilisce che il paziente non deve essere in grado di respirare da solo ma deve essere collegato a un ventilatore meccanico.

La Cina ha affermato di aver vietato queste pratiche dal 2015. Ma, sostengono gli autori, “è altamente probabile che questo genere di operazioni, considerate le statistiche e i brevi tempi di attesa per i trapianti nella Repubblica Popolare, siano in realtà continuate clandestinamente”. E che, soprattutto, si siano concentrate su un particolare tipo di prigionieri, i membri della setta Falun Gong e gli uiguri dello Xinjiang, minoranza che da anni denuncia i tentativi di “genocidio” nei suoi confronti.

L’Oms, peraltro, ha chiuso da tempo la pratica contro la Cina: l’Organizzazione mondiale della sanità ha al contrario fatto propri i “suggerimenti” di Pechino per contrastare il traffico clandestino di organi e, concludono Lavee e Robertson, “ha attaccato le nostre ricerche” sull’argomento. Ora, prove alla mano, sarà più difficile.