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di Rosella Redaelli

Corriere della Sera, 25 febbraio 2025

Le esperienze di Giovanna Canzi, ex docente della scuola della struttura di Monza, sono diventate un libro. Giacomo, il giardiniere, si siede al sole con un libro in mano, Addou è schivo e imperturbabile, Stefano è chiuso in un corpo senza armonia, ma dà il meglio di sé sul palco dopo aver scoperto le pagine di Kafka, Oresti sembra incapace di aprirsi e commuoversi, Paolo e Romeo, idealisti delusi, passano ore in biblioteca. Sono alcuni degli studenti che Giovanna Canzi ha incontrato nelle aule della scuola del carcere di Monza. Con loro, dal 2017 per cinque anni, ha scambiato versi di poeti, pagine di scrittori, ha cercato di ricostruire una normalità che non hanno mai conosciuto. Insegnante, giornalista, editor di libri per ragazzi Giovanna Canzi ha voluto ricordare volti e storie nel volume Lontano dalla vita degli altri (Marinonibooks) dove alle parole si affiancano le suggestive illustrazioni di Gabriella Giandelli, raffinata illustratrice milanese.

“Il carcere della mia città - si legge nelle prime pagine - si trova in un quartiere fuori mano, marginale, lontano. Lontano dalla vita degli altri, lontano da chi è privo di smagliature. A pochi passi dall’edificio vi è una discarica”. E così, in quel luogo lontano dalla vita degli altri, Giovanna fissa delle istantanee: racconti brevi che ci conducono per mano lungo quei corridoi in penombra, oltre le pesanti porte in ferro, nelle stanze dagli arredi essenziali, fino alla Settima sezione.

“Ho imparato presto - racconta - che la geografia del carcere assomiglia ad un girone dantesco: chi spaccia è meno colpevole di chi uccide, chi ruba è meno colpevole di chi collabora con la giustizia. Nessuno è più colpevole dei protetti, ossia chi ha abusato di una donna o di un bambino. Loro, i sex offender, sono gli abitanti della Settima sezione”. Nei suoi anni di insegnamento nel carcere di via Sanquirico Giovanna ha girato tutte le sezioni scegliendo versi di poeti, pagine di Hemingway, le storie di realismo magico di Cortázar, le inquietudini di Edgar Allan Poe. “Rispetto alla scuola tradizionale - racconta - in carcere si è paradossalmente più liberi rispetto ai programmi e poi ho avuto la possibilità di tenere un corso di letteratura in cui ho portato i miei autori preferiti. Oggi insegno italiano nel Centro di formazione permanente ai giovani o che arrivano in Italia, anche a tanti minori non accompagnati. Vorrei tornare a tenere lezioni in carcere, perché lì capisci il valore di quelle ore per i detenuti, un aiuto per trascorrere il tempo che non passa mai”.