di Giansandro Merli
Il Manifesto, 29 marzo 2026
L’appuntamento sotto il Colosseo per la marcia che anticipa il grande corteo. Hanno scalpitato per far emergere nel percorso No Kings le questioni migranti e alla fine gli “invisibili” si sono presi un pezzo del percorso della grande giornata di mobilitazione romana. Si sono dati appuntamento alle 12, due ore prima del concentramento ufficiale, sotto al Colosseo per una marcia in nome dei morti nel Mediterraneo, dei lavoratori stranieri sfruttati nel comparto agricolo, delle persone recluse nei Cpr in Italia e in Albania, dei truffati dal decreto flussi. Ad aprire il corteo le bandiere dell’Arci e le coperte termiche con cui viene avvolto chi riesce a superare la traversata del mare, ma a volte anche i corpi di chi non ce l’ha fatta.
“Vogliamo il permesso di soggiorno”, gridano poco più dietro i giovani originari del Bangladesh residenti soprattutto nella parte est della capitale. “Sono arrivato tre anni fa con il decreto flussi, ma il datore di lavoro si è tirato indietro e mi ha lasciato senza documenti. Ora lavoro in un ristorante, ma in nero. Voglio i miei diritti. Ci sono almeno cinquemila persone in questa condizione”, dice Robin, che viene da Dacca.
“Vogliamo dei cambiamenti reali nelle politiche migratorie. Per noi vivere in Italia è come camminare in un campo minato, anche quando abbiamo i documenti. Oltre questo vogliamo una Palestina libera e la fine di tutte le guerre. Nessun essere umano deve essere bombardato”, dice Linda, 40 anni, nata in Kenya e lavoratrice nella ristorazione.
A qualche metro di distanza c’è un grande spezzone tutto rosso, della Flai Cgil, i lavoratori agricoli, molto spesso migranti, che raccolgono pomodori, angurie e quanto altro serve alle tavole degli italiani. “Basta invisibilità, questo governo continua a metterci nella condizione di elemosinare diritti, a costringere i lavoratori a vivere nei ghetti. Chiediamo abitazioni dignitose e salario minimo per i braccianti agricoli. Oggi in Italia ci sono persone che stanno 12 ore al giorno sotto al sole in cambio di pochi spiccioli. Altro che remigrazione, questi fascisti sono solo degli ipocriti: prima fanno i decreti flussi perché le aziende hanno bisogno di manodopera, poi vanno in tv e dicono che tutti i migranti devono tornare a casa”, afferma Drissa Kone, presidente della Flai Cgil di Brindisi.
Oltre lo striscione del network contro la detenzione Stop lager, che si batte contro i Cpr e il protocollo Albania, ci sono gli occupanti di Spin Time, una delle realtà autogestite della capitale che rischiano lo sgombero. “Lavoriamo ma non riusciamo a pagare mille euro al mese. Faccio le pulizie in case e uffici, ho tre figli, e non riesco a pagare un affitto. A Spin Time viviamo un periodo di paura, a causa del possibile sgombero”, dice Nelly, che è nata in Ecuador ma vive in Italia da 25 anni. Il governo Meloni sostiene che non bisogna occupare le case. “Allora ci diano una casa popolare, a noi e agli italiani che non hanno soldi”, taglia corto.










