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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 11 maggio 2024

Spesso la confusione tra gli “scafisti” e i veri trafficanti alimenta una narrazione distorta. Il caso delle due giovani donne iraniane, sfuggite dalla repressione, e ora nelle carceri italiane perché accusate di essere delle “scafiste” riaccende il focus su questo termine che è diventato sinonimo di colpevolezza per l’inarrestabile flusso migratorio che il nostro Paese si trova ad affrontare, spesso associato a naufragi e tragedie in mare. Eppure, secondo quanto emerso dal report “Dal mare al carcere” già reso noto l’anno scorso su queste stesse pagine de Il Dubbio, le crescenti azioni repressive dell’Italia contro gli scafisti hanno contribuito paradossalmente ad alcuni dei peggiori disastri marittimi della storia recente, mostrando più un impegno di facciata nel contrastare l’immigrazione irregolare che un effettivo miglioramento della situazione.

In molti casi, gli arresti di presunti scafisti avvengono in modo non trasparente, quasi a voler trovare un capro espiatorio a tutti i costi. La criminalizzazione è stata alimentata dal reato di “favoreggiamento dell’ingresso clandestino” e, più di recente, dall’introduzione del reato di “morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina” nel nuovo decreto Curto. Pene severe, fino a 30 anni di carcere, per un’idea fallace: arrestare gli scafisti possa combattere il traffico di esseri umani e prevenire le stragi in mare.

Scafisti o pedine? La confusione tra scafisti e trafficanti alimenta una narrazione distorta. Gli scafisti si occupano del trasporto via mare dei migranti, spesso come pedine in un sistema ben più complesso. Chi guida le imbarcazioni non è necessariamente l’organizzatore del viaggio, ma può essere un migrante costretto dalla violenza o da incentivi economici, o addirittura un passeggero che si ritrova improvvisamente al comando. Chiudere le frontiere non salva vite. L’idea che arrestare gli scafisti possa fermare le morti in mare è stata sostenuta da Italia, Ue e Onu. Ma la realtà è ben diversa. La criminalizzazione degli scafisti ha contribuito a tragedie senza precedenti. Sono le politiche di chiusura delle frontiere, eliminando vie sicure per raggiungere l’Europa, soprattutto per i più vulnerabili, a causare naufragi e stragi. Criminalizzare chi fugge dalla repressione e cerca una vita migliore non risolverà il problema. Occorre una visione più ampia e umana del fenomeno migratorio, che ponga al centro la tutela dei diritti e la ricerca di soluzioni concrete. Il caso delle due giovani donne iraniane recluse nelle carceri calabresi è un monito.