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di Mattia Fonzi

Il Domani, 21 agosto 2026

Da quando le nuove regole europee sono diventate effettive, un centro bulgaro ha assunto un ruolo chiave. Dovrebbe essere luogo “di transito” ma diventa nei fatti una prigione. Le proteste vengono represse brutalmente. Scioperi della fame e una rivolta repressa con violenza. Sono i primissimi effetti del nuovo Patto europeo migrazione e asilo. Accade a Pastrogor, in Bulgaria, a pochi km dal confine con la Turchia, dove un “centro di transito” per migranti, costruito nel 2012 come struttura di accoglienza, è diventato oggi una prigione, passando in appena due mesi da 5 a circa 250 persone detenute. Il Patto, entrato nella sua fase operativa lo scorso 12 giugno, introduce le nuove procedure d’asilo alla frontiera (asylum border procedure). Queste prevedono la possibilità di trattenere i richiedenti asilo nei cosiddetti “centri di transito” presso i confini dell’Ue fino a tre mesi, in particolare per chi proviene da Paesi considerati “sicuri” o con un tasso medio di accoglimento delle domande inferiore al 20 per cento. È uno degli aspetti più controversi delle nuove norme, perché prevedono di fatto una detenzione arbitraria per migliaia di persone che in questo modo vedono negati libertà di movimento e diritto all’asilo. Inoltre, nonostante si trovino in Bulgaria, in base al principio di “fiction of non-entry” (“finzione giuridica di non ingresso”, un artificio normativo stabilito nel Patto) i migranti non vengono considerati neanche formalmente come persone dentro il territorio Ue.

L’avvio operativo del nuovo accordo è stato rapido. Un’accelerazione sorprendente, considerando che tra il 2024 e il 2025 i tentativi di ingresso registrati sono crollati del 72 per cento, passando da 55mila a 15mila. Come in tutta Europa, insomma, la nuova strategia sembra essere centrata sulla detenzione. A ognuno i propri dublinanti: Meloni paga il “suo” Patto Ue Il centro chiave In questo scenario il centro di Pastrogor, che fino a metà giugno ospitava solo cinque persone, ha assunto un ruolo chiave. Così nelle ultime settimane i detenuti hanno iniziato a mobilitarsi. Disorientati da norme che ancora non conoscono, molti non comprendono le ragioni dell’incarcerazione, essendo di fatto tra i primi a subire le conseguenze del Patto. Inoltre, molte testimonianze riferiscono infatti di cibo scadente, infestazioni di parassiti e caldo estremo.

A fine luglio la tensione è aumentata, quando nella struttura è stata organizzata una protesta pacifica, durante la quale è stata richiesta a gran voce l’apertura del centro, mentre al di là dei muri recintati il Collettivo Rotte Balcaniche, un gruppo di attiviste e attivisti attivo da anni sul confine bulgaro-turco, portava un saluto solidale. A protesta ormai conclusa, la polizia è intervenuta con forza all’interno del centro, motivando la dura reazione con un tentativo di evasione. Le testimonianze hanno riferito di violenze da parte delle forze dell’ordine, che dopo aver spento le telecamere di sorveglianza e aver coperto i volti da passamontagna, avrebbero picchiato e torturato ripetutamente i prigionieri.

Migranti, i corpi delle vittime restano in mare: “I loro diritti negati anche nella morte” “Vendetta brutale” “La vendetta è stata brutale”, ha denunciato il Collettivo Rotte Balcaniche dopo aver visionato foto dell’accaduto. “Alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture a mani e gambe. Altre sono state viste ricoperte di sangue, almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella”. Inoltre la polizia avrebbe distrutto molti telefoni, mentre alcuni migranti sarebbero stati costretti a firmare dichiarazioni con le quali si impegnavano a non prendere più parte ad altre proteste. “Ho viaggiato a lungo per entrare in Europa, perché voglio vivere in Spagna”, ha dichiarato a Domani Mohamed, cittadino marocchino oggi trattenuto a Pastrogor.

“Vivo sentimenti indescrivibili, perché ho vent’anni, ho fatto debiti per arrivare in Europa e se torno in Marocco avrò problemi”. Vite in trappola La situazione di Mohamed è simile a quella di centinaia di persone rinchiuse nel centro. All’interno della struttura le persone trattenute hanno ormai compreso che la detenzione si protrarrà per l’intera durata dell’esame della loro domanda d’asilo. Una consapevolezza maturata a dispetto della scarsa trasparenza delle autorità, che spesso non forniscono né il servizio di interpretariato adeguato, né comunicano i termini per l’eventuale ricorso che con la nuova normativa sono stati ridotti ad appena 7 giorni dalla data del primo diniego. C’è poi il tema della detenzione delle persone a cui viene rifiutato anche il ricorso in appello, una circostanza che ormai supera l’80 per cento dei casi.

Dopo il periodo a Pastrogor, infatti, i migranti vengono trasferiti nelle strutture per la “detenzione amministrativa” nella vicina Ljubimets o a Busmantsi, nella periferia di Sofia. È qui che possono rimanere anche fino a 18 mesi. “Si tratta di un’ulteriore escalation della guerra condotta dall’Ue e dai suoi Stati membri alle persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali”, evidenzia il Collettivo Rotte Balcaniche. Un destino a cui, tuttavia, non si arrendono migliaia di persone in cerca di una vita migliore in Europa, supportate da organizzazioni solidali che lottano ogni giorno per la libertà di movimento.