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di Don Mattia Ferrari

La Stampa, 28 novembre 2023

Il movimento Refugees in Libya posta immagini choc per svegliare le nostre coscienze. Ma qui tutto tace e la speranza di umanità è affidata a un’Europa che rinasce dal basso. “Lasciatemi morire!”: è questo il grido disperato dell’ennesimo ragazzo torturato dalla mafia libica, nel video diffuso ieri pomeriggio. La vittima è un migrante subsahariano: come molti altri ha lasciato la sua terra di origine a causa dell’ingiustizia globale e, come molti altri, è finito nelle mani della mafia libica, che lo ha chiuso nel lager. Lì la mafia libica lo tortura per mandare il video alla famiglia al fine di estorcere loro un riscatto. Il lager in cui si trova questo ragazzo è a Bani Walid, la stessa città dove sono stati girati altri video dell’orrore, diffusi nelle scorse settimane. Il movimento sociale di cui sono protagonisti i migranti stessi, Refugees in Libya, continua a rilanciare questi video per svegliare le coscienze dell’Europa, ma da questa sponda del mare tutto tace.

La nostra responsabilità nelle torture che subiscono questo ragazzo e tutti gli altri migranti in Libia è altissima, perché, come ha ribadito la stessa Onu nel report uscito in parte su Avvenire grazie a Nello Scavo, c’è un legame diretto tra la cattura dei migranti operata dalla cosiddetta Guardia costiera libica, finanziata dall’Italia, e la loro deportazione nei lager. Di questo grave crimine l’Italia è corresponsabile in particolare da quando, nel 2017, ha deciso di allestire e finanziare la cosiddetta Guardia costiera libica, portando in Italia uno dei principali superboss della mafia libica, Bija, per farlo sedere con i nostri servizi segreti. Successivamente, l’Italia ha sempre rinnovato quegli accordi. La politica non ha mai avuto il coraggio di cambiare e la società civile non è mai stata capace di far sentire ai governanti una pressione tale che li spingesse a smettere di allestire e finanziare questa sistematica violenza disumana e questa complicità di fatto con la mafia libica. Dobbiamo chiederci: che Paese è quello che non è capace di reagire davanti al grido di dolore di queste persone, torturate per colpa delle nostre politiche?

La speranza di un riscatto di umanità non è ancora perduta, perché proprio nel Mediterraneo, dove l’Europa collassa nella sua stessa civiltà, c’è anche un’Europa che rinasce dal basso. È l’Europa che prende carne nelle tantissime persone attiviste provenienti da tutti i Paesi del nostro continente che hanno scelto di opporsi concretamente a questa deriva agendo nella “civil fleet”, l’insieme delle organizzazioni della società civile che salvano i migranti dai naufragi e dai respingimenti. In queste persone, e in quelle che operano accanto a Refugees in Libya per la liberazione dei migranti nei lager libici, rinasce dal basso l’Europa che era stata sognata dalle generazioni che l’hanno fondata. In queste pratiche e in queste relazioni, come in quelle costruite da tutti coloro che in ogni città vivono l’accoglienza, prende carne il valore politico della fraternità.

Il dramma di questa epoca è proprio che abbiamo dimenticato la fraternità: siamo diventati prigionieri dell’individualismo che ci rende sempre più spaventati, sempre più arrabbiati, sempre più in competizione. C’è un legame tra le sofferenze dei migranti nei lager libici e quelle di chi è oppresso in vario modo dai problemi sociali in Italia, che siano gli studenti che soffrono sempre di più a livello di salute mentale, gli universitari che non hanno accesso al diritto alla casa, i lavoratori sfruttati, le persone che subiscono discriminazione per la propria identità sessuale o di genere, l’ambiente devastato dalla catastrofe ecologica e via dicendo: tutte queste sofferenze sono la conseguenza di una società malata, che ha dimenticato la fraternità.

Non ci sarà salvezza se non diventeremo capaci di costruire insieme una nuova società, che assuma il valore politico della fraternità. Per essere autentica, la fraternità si realizza solo se si parte dagli ultimi. Finché il grido dei migranti che arriva dai lager libici non sarà ascoltato, non ci sarà speranza. Allora che si sveglino le coscienze di noi tutti e che diventiamo capaci di capire che solo se abbiamo il coraggio dell’empatia, dell’amore viscerale, possiamo salvarci.