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di Flavia Amabile

La Stampa, 1 marzo 2026

Gli spostamenti dall’Italia al Cpr avvengono in aereo e per alcuni dei 90 reclusi è già la seconda volta. Gli avvocati: “Mistero sui criteri con cui vengono scelti”. È deserto l’hotspot al porto di Shengjin. È dolce la vita nel centro di Shengjn inaugurato un anno e mezzo fa dal governo Meloni con l’obiettivo di trasferire lontano dall’Italia fino a 3 mila stranieri irregolari. In questa mattina quasi primaverile, con il mare albanese che brilla davanti e i galli che cantano in lontananza, una donna con un giubbotto arancione passa straccio e scopa sul cortile deserto.

Avanti e indietro, con grande cura e in totale solitudine. Tutt’altra storia rispetto agli inizi, quando il cortile era pieno di persone dirottate su una nave militare fino in Albania. Non erano molti nemmeno allora, alcune decine a ogni traversata. Però, tra traduttori, operatori sanitari, addetti alle procedure di frontiera e altri, il colpo d’occhio era molto diverso.

Tempi lontani. La procedura accelerata di frontiera è stata bocciata dalle sentenze del Tribunale e della Corte d’Appello di Roma. Il governo segue e spinge per un’approvazione rapida della nuova normativa Ue ma, nel frattempo, nel centro di Shengjin, oltre a pulirlo, c’è poco da fare. “Da tempo non vedo arrivare persone dall’Italia”, sostiene Pjetër, custode del porto. Non aggiunge altro, non davanti a un microfono o a un cellulare.

Solo dietro la promessa di non renderlo riconoscibile, racconta che in città sono arrabbiati, che il centro ha ridotto lo spazio nel porto, togliendo lavoro agli albanesi e senza portare nulla, nemmeno gli stranieri che in gran parte ora arrivano in aereo a Tirana e poi in pullman fino a Gjader. Non sfiorano minimamente Shengjin e aggiungono una spesa non prevista a un protocollo già abbastanza oneroso. Il volo charter del 17 febbraio, per esempio, è costato 58.212 euro più Iva, come si legge nei documenti della Direzione centrale immigrazione e polizia delle frontiere del ministero dell’Interno.

Il centro non è stato utilizzato nemmeno giovedì notte quando è arrivata una motovedetta da Bari. Trasportato da Gjader direttamente a bordo è salito Khalid, 21 anni, originario del Marocco, con i suoi tagli su tutto il corpo, la sua angoscia e il dolore accumulato dopo aver visto morire il suo compagno di stanza nel Cpr di Bari. Incompatibile con la vita a Gjader, ha certificato la commissione medica. In realtà Khalid in Albania non doveva proprio arrivare, è il testimone chiave delle indagini sulla morte del suo compagno di stanza. Come sia accaduto che invece sia finito a centinaia di chilometri di distanza è uno dei tanti atti oltre le righe compiuti nelle province autonome di Shengjin e Gjader, dove quasi tutto è possibile perché qui le leggi italiane ed europee valgono, sì, ma fino a un certo punto, secondo una moda ormai sempre più diffusa.

Se Shengjin somiglia a una cattedrale nel deserto, nel Cpr di Gjader, invece, più o meno ci saranno una novantina di persone in questo momento, il numero più alto dall’apertura del centro, come ha denunciato la delegazione composta dal Tavolo asilo e immigrazione e dalla deputata del Pd Rachele Scarpa. “Su quale base vengano scelti coloro che sono li è un mistero” avverte Francesco Ferri, esperto di migrazioni di ActionAid-Tavolo Asilo.

Alì, per esempio, un pescatore turco ingiustamente accusato di scafismo. “Si è fatto 28 mesi di prigione in Italia, è stato assolto ed è finito nel Cpr in Albania. Il paradosso è che lui in Italia non vuole stare, chiede solo di tornare in Turchia. Ha il passaporto e anche i soldi per rientrare ma lo Stato lo trattiene senza motivo”, denuncia Salvatore Fachile, il suo avvocato. Oppure Rashid, iraniano che è disperato e a chiunque vada a trovarlo dice: “Preferisco l’Iran alla vita senza alcun diritto che ho qui in Europa”.

E poi c’è chi è al secondo giro a Gjader. Persone incensurate, da oltre dieci anni in Italia, vittime di un reato commesso non da loro ma di chi li faceva lavorare in nero, come Mustafa, originario del Togo, uscito a luglio da Gjader per una incompatibilità sanitaria. Ora è di nuovo lì. “A rimetterlo dentro è stato lo stesso giudice di pace che lo aveva liberato - racconta Salvatore Fachile -. È uno di quei casi in cui la pubblica amministrazione si contraddice”.

E crea un aggravio economico allo Stato. Perché lunedì Fachile depositerà una richiesta di riesame. Nel giro di una settimana Mustafa potrebbe essere riportato in Italia. “Ma la sua situazione non cambierà. Il Togo è uno di quei Paesi che non offrono alcuna prospettiva di rimpatrio” spiega. Mustafa resterà in Italia senza permesso e senza poter essere inviato nella sua terra di origine. Potrebbe finire di nuovo a Gjader in un eterno e oneroso gioco della marmotta albanese che riguarda molti stranieri irregolari.

“Le persone trattenute a Gjader sono destinate a fare numero” commenta Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di Solidarietà, ex vice presidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. E aggiunge: “Sono ostaggio di un crudele gioco politico mentre è pendente la decisione della Corte di Giustizia Ue che ritiene che la detenzione amministrativa in area extra-Ue sia in contrasto con il diritto dell’Unione. In caso di accoglimento si chiuderà tutto per sempre”.