di Maso Notarianni
Il Domani, 22 ottobre 2026
Il fermo preventivo, le nuove disposizioni sui minorenni e l’inasprimento delle norme sulle manifestazioni spostano ulteriormente il confine tra prevenzione e repressione. Si interviene prima che un reato sia commesso, si amplia lo spazio della valutazione preventiva della pericolosità, si restringe quello del dissenso. Il governo ha una risposta per ogni problema: un nuovo decreto sicurezza, una nuova stretta repressiva, più divieti e più poteri coercitivi. Otto decreti e la stessa ricetta: affrontare problemi complessi come se bastasse aumentare la repressione per risolverli. A Milano arriveranno altri 500 militari. Sergio Mattarella ha fermato l’intenzione di attribuire loro poteri di polizia giudiziaria, ma il tentativo resta grave.
Non basta ritirare una misura quando diventa politicamente insostenibile: bisogna interrogarsi sulla cultura politica che l’ha prodotta. In Egitto, nel 2012, e in Thailandia, dopo il colpo di Stato del 2014, ai militari furono attribuiti poteri di arresto e detenzione di civili in contesti di forte compressione delle libertà politiche. L’Italia è un ordinamento diverso, ma la questione resta: quando si pensa di affidare all’esercito poteri di controllo sui cittadini, il problema non è soltanto l’efficacia operativa. Sono in gioco il diritto di manifestare, la libertà di espressione e i limiti che una democrazia deve imporre all’uso della forza.
A Milano la contraddizione è evidente. Il sindaco Beppe Sala denuncia da tempo la necessità di rafforzare gli organici delle forze di polizia. Il governo risponde mandando altri militari, anziché affrontare la carenza di personale. Il segretario generale del Coisp, Domenico Pianese, ricorda che l’ordine pubblico richiede poliziotti formati, equipaggiamenti adeguati e una precisa catena di responsabilità. Le competenze delle Forze armate non possono essere trasferite automaticamente alla gestione di una piazza.
C’è anche una questione economica. Per Strade Sicure, con circa 6.000 militari, lo Stato autorizza una spesa annua di 198,4 milioni di euro. Rapportata al costo medio annuo di un agente o assistente della Polizia di Stato, equivale a circa 4.900 retribuzioni annue. Non significa che tutto lo stanziamento possa essere destinato agli stipendi, ma mostra l’ordine di grandezza delle risorse impegnate. Se mancano agenti, perché non investire direttamente sulle professionalità necessarie? Una rabbia che produce solo più repressione I militari continueranno a presidiare le strade con armi capaci di provocare lesioni gravissime o la morte.
La loro presenza non è neutrale: introduce nella gestione della vita civile strumenti e competenze concepiti per altri contesti. Una piazza non è soltanto un luogo nel quale reprimere eventuali reati. È lo spazio in cui cittadini, lavoratori e giovani esercitano il diritto di manifestare, scioperare e dissentire. Distinguere chi commette violenze da chi esercita un diritto costituzionale è una responsabilità fondamentale dello Stato. La stessa impostazione attraversa le altre misure del decreto. Il fermo preventivo, le nuove disposizioni sui minorenni e l’inasprimento delle norme sulle manifestazioni spostano ulteriormente il confine tra prevenzione e repressione.
Si interviene prima che un reato sia commesso, si amplia lo spazio della valutazione preventiva della pericolosità, si restringe quello del dissenso. La domanda è semplice: quale idea di sicurezza può nascere dal trattare un ragazzo come una minaccia prima ancora che abbia commesso un reato? Costruire sicurezza La sicurezza non si costruisce soltanto attraverso il controllo del territorio.
Milano conosce il prezzo delle disuguaglianze, dell’emergenza abitativa, dell’impoverimento dei servizi e della mancanza di prospettive per tanti giovani. Non basta presidiare le strade se interi quartieri perdono servizi, luoghi d’incontro e opportunità. Servono investimenti nella scuola pubblica, nei servizi sociali, nella cultura, nello sport e negli spazi di aggregazione. Serve una riqualificazione urbana che migliori le condizioni di vita di chi abita i quartieri, anziché renderli soltanto più appetibili per il mercato immobiliare.
E servono anche organici adeguati nelle forze di polizia. La democrazia si difende offrendo un’idea di futuro Otto decreti sicurezza dovrebbero bastare per capire che la repressione non risolve le cause dell’insicurezza. Continuare a moltiplicare divieti, pene e poteri coercitivi significa andare a tentoni senza affrontarne le radici dei problemi.
Una città è più sicura quando le persone possono contare su servizi, diritti e opportunità, quando i giovani hanno luoghi in cui incontrarsi e possibilità concrete di costruire il proprio futuro. La sicurezza non coincide con il controllo. E una democrazia che tratta il conflitto sociale come un problema di ordine pubblico finisce per reprimere, spesso vanamente, proprio ciò che dovrebbe essere in grado di governare.









