di Angelo Figorilli
lavocedinewyork.com, 16 agosto 2025
Salvini in Italia, Noem negli Stati Uniti, fino a Ben-Gvir in Israele che va in carcere e minaccia il palestinese Barghouti. Ferragosto giro di boa dell’estate, giorno di vacanza per definizione, tassa da pagare per i politici a mostrarsi solidali con chi lavora e con chi vive situazioni difficili. Ferragosto e il carcere poi, almeno in Italia, è un capitolo a parte della storia, una tradizione della memoria che ci ricorda l’impegno testardo di uomini come Marco Pannella che sul tema della libertà negata e sul diritto a viverla nelle condizioni più umane possibili aveva costruito un dovere morale impossibile da dimenticare.
Lontanissimi quei tempi, questo ferragosto in carcere invece ci consegna ministri come Salvini che organizzano visite per solidarizzare solo con il duro lavoro della polizia penitenziaria e spiegare che il suo governo è pronto a costruire sempre più galere per combattere il crimine e la violenza. Posizione legittima che rispecchia una proposta politica, una visione del mondo e delle soluzioni ai problemi che oramai si ispira a uno spirito del tempo che, di qua e di là dell’oceano, fa delle gabbie e dei muri, e quindi delle carceri per definizione, il principale metodo per governare non solo il crimine accertato, ma anche tutto quello che sembra assomigliargli. Poco importa che sia dissenso, povertà o solo la diversità che chiede di vivere e che invece va catturata, respinta e messa, appunto, dietro le sbarre, magari utili per farsi una foto di propaganda come fece la signora Kristi Noem, segretaria alla Sicurezza americana, davanti a un penitenziario salvadoregno pieno di immigranti cacciati dagli Stati Uniti.
Se la segretaria Noem e il nostro ministro Salvini sono interpreti di una stagione che esalta la prigione come totem taumaturgico che separa i buoni dai cattivi, c’è qualcuno che in questi giorni di ferragosto ha usato la visita ai prigionieri come esempio di sfida tragica all’idea stessa di umanità, inarrivabile persino a pensarla nei periodi più bui della nostra storia recente. Insomma sì, siamo in Israele, in quel Paese che ormai sta camminando da solo verso un abisso che nessuno al mondo avrebbe voluto vedere; e c’è un ministro del governo, Ben-Gvir, uno di quei nomi che avete imparato a ricordare perché sempre definito - come a mettere le mani avanti all’abisso - della destra estremista, che va nella prigione di Ganot a visitare un prigioniero. Anche il prigioniero ha uno di quei nomi che mescolano odio e leggenda. Si chiama Barghouti, leader del gruppo di Fatah rinchiuso da più di vent’anni: ha combattuto contro Israele per la liberazione della Palestina e per questo considerato criminale o eroe a seconda del punto di vista. La visita è breve, ma indimenticabile. C’è un video che la riprende e si vede il ministro di spalle che parla. Di fronte ha un uomo anziano in maglietta, silenzioso, capelli rasati, sguardo incredulo o rassegnato che ascolta queste parole: “Non ci sconfiggerai. Chiunque si metta contro Israele, chi fa male ai nostri bambini, alle nostre donne lo annienteremo. Tu non lo sai ma lo imparerai nel corso della storia”.
Dunque un ministro va in carcere a cercare un prigioniero che è nelle sue mani, sottomesso, fragile, impotente e lo minaccia, lo umilia e lo fa davanti alle telecamere. Senza vergogna, senza pietà. C’è una poesia di Primo Levi che mi torna in mente per commentare questo ennesimo limite superato: Se questo è un uomo. Cercatela e leggetela togliendo l’audio a quel video e guardando gli occhi del prigioniero che ascolta. Perché l’abisso di cui parlavamo sta lì, nelle parole di Levi applicate all’odio di oggi. Non rispondete citando i capi di imputazione contestati a Barghouti, per quelli risponderà nei processi e alla storia. Pensate a quel potere che chiede solo vendetta e lo fa sapendo che nessuno oggi è in grado di fermarlo. Il ferragosto di Ben Gvir è il vero punto di non ritorno. Tutto il resto, compresi Salvini e Noem, sono solo tentativi di imitazione. Pannella, perdonaci.











