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di Elena Stancanelli

La Stampa, 9 settembre 2023

Chiunque invochi il carcere per un minore sta commettendo un reato contro la comunità. La sta ingannando, sta facendo credere che si tratti di un provvedimento per diminuire il crimine: non è vero. Quello che sta facendo è aizzare le masse, incanalare il malcontento verso la vendetta. Che è esattamente il contrario del percorso che permette a un individuo di inserirsi di nuovo nella società, dopo aver passato un tempo in isolamento.

A patto che sia questo il compito del carcere, a patto che il carcere abbia davvero un compito in una società civile, di certo questo non vale per un minore. La nostra comunità si basa sull’idea che un ragazzo o una ragazza sono sotto la nostra tutela di adulti fin quando non raggiunge la maggiore età. Nel frattempo il suo compito è prepararsi, studiare, dedicarsi per quanto è possibile ad attività che arricchiscano il suo carattere. Fare sport, suonare uno strumento. Ma i tempi son cambiati, si diventa adulti prima, dicono. E questi ragazzi che commettono crimini efferati vanno puniti come fossero adulti, perché di fatto lo sono.

No, non lo sono. Anzi, sono forse più bambini di quanto non lo fossimo noi. A me sembra che, grazie al cielo, adesso si possa indulgere più a lungo in un’età che precede l’entrata nel mondo adulto, che si possa passare più tempo a perdere tempo. E questo, ripeto, sarebbe un bellissimo apprendistato alla vita, se quel tempo fosse immaginato come una palestra, un gymnasium. Ma non lo è. È troppo spesso una terra di nessuno, dove quello che resta delle famiglie arranca, e la scuola a sua volta fa quel che può. La nostra scuola è povera e spaventata, si fonda sul coraggio di alcuni insegnanti, sulla lungimiranza di singoli che si battono come leoni anche contro le famiglie. Dovrebbe essere un territorio nel quale padri, madri e insegnanti collaborano, e invece spesso sono nemici, gli uni non si fidano degli altri.

In mezzo ci sono sempre loro, i bambini con la pistola in mano, capaci di abusare di una coetanea semi-incosciente. Chi colpisce e chi subisce il colpo, i vivi e i morti, gli stupratori e le ragazze stuprate, e tutti gli altri, i nostri figli, quelli perbene, che leggono i libri, sono bravi a scuola. Tra loro, e non ho bisogno di dirlo io perché è sufficiente parlare con gli amici, gli insegnanti, ce ne sono moltissimi che sono in sofferenza. Lo chiamiamo il disagio degli adolescenti, e lo guardiamo sgomenti. Ci chiediamo da dove arrivi, in una generazione che non ha sofferto la fame, ha avuto tutto quello che chiedeva. Perché questi ragazzi stanno così male, si tagliano, si suicidano, abusano di sostanze e di alcool, si chiudono dentro una stanza per non uscirne più? Ne parlavo con un giovane scrittore, si chiama Bernardo Zannoni e ha ventotto anni. Quando parla dei suo coetanei, e ancora di più di chi è più giovane (ha scritto da poco un romanzo pubblicato da Sellerio che si intitola “25”, inteso come la linea d’ombra tra la giovinezza e l’adultità) usa ossessivamente un termine: vuoto. Il vuoto è la paura, la sensazione di non avere più niente da cercare, non avere un orizzonte, non sentirsi nemmeno esistere fisicamente. Il vuoto produce un’angoscia che impedisce qualsiasi cosa, di amare, di far l’amore, di cercare un lavoro.

Noi siamo una generazione immobile, mi ha detto Bernardo Zannoni, e io a questa loro immobilità non smetto di pensare. Sono due le questioni, e la prima è evidente. I ragazzi nati dopo il 2000 hanno vissuto in un mondo sdoppiato: il reale e il virtuale. Per la prima volta da quando l’essere umano abita la Terra, è diventato un compito dover distinguere se qualcosa è avvenuto davvero o si tratta di una sua riproduzione digitale. I ragazzi sono chiamati a una fatica gigantesca e a enormi questioni morali di cui non ci occupiamo, perché sono complicate e portano meno voti che non gridare inaspriamo le pene. Ma la seconda siamo noi, la maggior parte di noi.

Abbiamo abdicato al compito di educare chi viene dopo di noi. Perché siamo dei narcisisti che vogliono solo essere amati, mentre l’educazione è una faccenda complicata, che prevede scontri, disamori, fatica. Perché siamo distratti e non riusciamo ad ascoltarli. I ragazzi e le ragazze, lo dicono tutte le persone che del loro disagio si stanno occupando, vogliono essere ascoltati. Perché se nessuno ti guarda, o ti ascolti, tu non esisti. Diventi un fantasma, uno zombie, una creatura senza regole. Loro, i figli di quelli che già qualche anno fa James Hillman aveva individuato come affetti dalla sindrome del puer aeternus, sono abbandonati a loro stessi, oppure sovrastimolati, ma raramente ascoltati.

E questa non è una giustificazione per i crimini che alcuni di loro hanno commesso, crimini che esistono, e sono spaventosi. Ma qual è il nostro obiettivo? Eliminare quei ragazzi, toglierli dalla nostra vista chiudendoli in un carcere dove diventeranno peggiori, o creare per loro e per quelli come loro la possibilità di diventare adulti diversi? Se è questo che vogliamo, non servono pene più severe servono scuole, serve rispetto per gli insegnanti, serve riprendere a ragionare sul processo educativo. Sapendo di avere a che fare con una generazione che è lontana anni luce dalla precedente. Una generazione che è immersa in un mondo che ha subito un cambiamento epocale, il più importante, forse l’ultimo nella storia dell’umanità. Una generazione che quando si guarda e quando ci guarda vede davanti a sé solo il vuoto.