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di Girolamo Monaco*

Avvenire, 13 settembre 2024

Di fronte al disagio delle carceri minorili, le rivolte e le evasioni di questi giorni, io devo scrivere ancora, perché sembra “un tunnel senza fine”. Non si può fare rieducazione o trattamento di giustizia esecutiva, non esiste carcere umanizzato, non si può fare nulla di civile che legalmente riduce la libertà individuale senza avere il coraggio (il coraggioso lavoro di chi scommette nel futuro evolutivo di questa umanità) di attivare una pedagogia della speranza e della possibilità, elaborare cioè una prassi, dettagliata e individualizzata per ogni persona detenuta, del progetto e per il riscatto. Anche (e soprattutto) il carcere deve avere un progetto. E ci vuole speranza oggi per parlare di queste cose.

Hai visto cosa è successo l’altro giorno al Beccaria? Ancora. Non solo Milano, in tutti gli Istituti penali minorili d’Italia: per quella volta che i giornali lo dicono (solo i sindacati di polizia parlano in queste occasioni), almeno per altre cinque volte sono accaduti eventi critici. Io sto male quando so di queste cose. Queste cose, le rivolte e le fughe, le fanno i disperati quando hanno perso ogni speranza. In carcere si perde la speranza. Io non permetterò mai che i giovani detenuti che incontro perdano la speranza di una vita migliore.

Condivido con tutti i miei colleghi della Giustizia Minorile la volontà di praticare la speranza, e così applicare la Costituzione e le giuste Leggi dello Stato italiano. Mi guadagno il pane con il mestiere che ho scelto, per il quale sono pagato, nel contratto che ho firmato. Io sono obbediente e mai servile: così ripeto sempre ai miei superiori e ai miei subalterni. Ma forse non viviamo più in tempi in cui tali distinzioni hanno valore, per questo il mondo ci scoppia in mano, e quello che facciamo lo facciamo male.

Il male del carcere non è solo un fatto di sovraffollamento, oppure di carenze di strutture, di norme e di personale. Ripeto: non è solo sovraffollamento e mancanza di uomini. Il male delle relazioni umane nel posto dove lavoro è tutto mio. Quale adolescenza riempie oggi le carceri minorili? Abbiamo riempito le carceri minorili di ladri di biciclette e rubagalline, soggetti psichiatrici, poveri diavoli che spacciano per vivere, barboni e sbandati senza fissa dimora. Noi non giudichiamo, altri giudicano per noi. Noi applichiamo la giustizia esecutiva.

Ho capito in trent’anni di lavoro che eseguire una sentenza senza prevedere un progetto di vita diventa condanna alla follia. La pena è diventata solo una questione di separazione e allontanamento. La nostra giustizia esecutiva oggi non porta più speranza, perché misura la pena solo con una durata nel tempo. Le persone non si cambiano con le pene che durano nel tempo, fatte di sbarre, muri e corpi chiusi, ma con le pene che cambiano le idee, inquietano il reo, riparano il danno. Dobbiamo pensare pene che curano. Non ho molte parole per descrivere quello che dico: la pena non si paga con il tempo che dura, ma con il tempo che cambia.

Lavoro a Treviso, il più piccolo delle carceri minorili, piccolo ma affollato che tiene il doppio dei detenuti che dovrebbe tenere. I giovani detenuti a Milano o a Torino non sono diversi da quelli detenuti a Treviso, Bologna o Roma, la struttura non è diversa, gli stessi poliziotti, gli stessi operatori, gli stessi cappellani e volontari. Siamo tutti dentro lo stesso sistema. Allora bisogna davvero cambiare il modo di fare rieducazione.

Bisogna rileggere e ritornare a fare quello che il nostro cuore e la nostra coscienza hanno imparato sulla Giustizia Minorile tra il 1988 e il 2018, e confrontarsi con vecchi e nuovi comportamenti devianti, con vecchi e nuovi schemi culturali. Nei nostri Istituti penali minorili ogni detenuto ha il suo programma di trattamento? Ogni detenuto incontra con regolarità (almeno due volte a settimana) il suo educatore di riferimento? È possibile organizzare per tutti i detenuti un’attività quotidiana di socializzazione con operatori o volontari? Tutti i detenuti hanno la possibilità di fare colloqui in presenza o in videochiamata con i loro cari? Tutti, italiani e stranieri, hanno contatti con le loro famiglie di origine, sì da cogliere il senso della loro vita? È possibile pensare un carcere attivo, occasione per fermarsi e ripartire?

Sì. Si fa questo negli istituti penali per i minorenni italiani. Questa è la pedagogia che rieduca e dà speranza. Io non dico proprio nulla di nuovo. Il detenuto che ha tutte queste cose non distrugge le suppellettili e non aggredisce le persone, neanche pensa alla fuga perché sa di preparare il suo futuro e la sua libertà. Egli cammina nel suo progetto, consapevole. forse, che il carcere gli ha salvato la vita.

*Direttore Istituto penale minorile di Treviso