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di Giovanni Negri

Il Sole 24 Ore, 7 gennaio 2025

Diniego possibile solo per motivi di sicurezza. Ma nei fatti nessun istituto è pronto. Quella delle persone detenute a potere ottenere momenti di intimità in spazi dedicati e non sorvegliati a vista non è una semplice aspettativa, ma un vero e proprio diritto. In quanto tale meritevole di tutela giurisdizionale. A un anno dalla sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato l’ordinamento penitenziario che escludeva lo svolgimento di colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia, tenuto conto del comportamento della persona detenuta in carcere e dell’assenza di ragioni di sicurezza ora tocca alla Cassazione intervenire.

Con la sentenza n. 8 la Corte ha infatti annullato l’ordinanza del tribunale di sorveglianza di Torino con la quale era stata giudicata inammissibile l’impugnazione di un detenuto contro il provvedimento dell’istituto penitenziario che gli aveva negato un colloquio in intimità con la moglie perché la struttura non lo permetteva. Per il giudice la richiesta del detenuto non configurava un diritto, semmai un’aspettativa non tutelabile davanti all’autorità giudiziaria.

Di parere opposto è stata invece la Cassazione che ha invece ricordato come, alla luce della pronuncia della Consulta, la libertà di godimento delle relazioni affettive costituisce un diritto costituzionalmente tutelato, diritto che lo stato di detenzione può comprimere, ma non annullare con una previsione astratta e generalizzata ignara delle condizioni individuali del detenuto. E allora la richiesta della persona detenuta non può essere declassata al grado di semplice aspettativa. Anzi, una risposta negativa è possibile solo per ragioni di sicurezza o di mantenimento dell’ordine e della disciplina, afferma la sentenza.

Dove però a compromettere tuttora l’applicazione del diritto sono soprattutto le difficoltà dell’amministrazione penitenziaria nell’individuare spazi dedicati. Tanto che, nel marzo scorso, il ministro della Giustizia Carlo Nordio annunciò la costituzione di un gruppo di lavoro dedicato, di cui si sono peraltro perse le tracce, mentre il coordinamento dei magistrati di sorveglianza, a fine ottobre, segnalava come in nessun istituto si fosse, sino ad allora, provveduto.