di Valentina Lanzilli
Corriere della Sera, 14 gennaio 2025
Condanna a 30 anni per il duplice omicidio: “Lo umiliavano, agì per motivi umanamente comprensibili”. “Arrivato incensurato a 70 anni, non avrebbe mai perpetrato delitti di così rilevante gravità se non spinto dalle nefaste dinamiche familiari che si erano col tempo innescate”. E ancora: “La situazione che si era creata nell’ambiente familiare lo ha indotto al tragico gesto, compiuto per motivi umanamente comprensibili”. Questi alcuni passaggi scritti nella sentenza a carico di Salvatore Montefusco, oggi 72 anni, imprenditore edile che il 13 giugno 2022 a Castelfranco Emilia, Modena, imbracciò un fucile e uccise davanti al figlio minorenne prima la moglie Gabriela Trandafir, di 47 anni, e poi la figlia di lei, Renata, di 22. Per il doppio femminicidio Montefusco è stato condannato il 9 ottobre in primo grado a 30 anni di reclusione. Niente ergastolo. E nelle motivazioni della Corte d’Assise di Modena si legge che l’uomo era “meritevole di beneficiare delle attenuanti generiche perché incensurato, per la sua confessione, per il contegno processuale e per la situazione che si era creata in famiglia che lo ha indotto a compiere il gesto”.
Proteste e indignazione - Motivazioni che sollevano più di un dubbio e non poche proteste. “L’ergastolo lo abbiamo avuto noi, non lui. Spero che presto venga fatta giustizia e che venga alla luce tutta la verità su questa vicenda - commenta Elena, sorella di Gabriela, parte civile nel processo - . Mia sorella e mia nipote, che aveva soltanto 22 anni, devono avere giustizia, speriamo ora nella sentenza d’appello. Con il verdetto di primo grado sono state uccise una seconda volta”.
“Una sentenza che ci riporta all’omicidio di Olga Matei nel 2016, quando la corte d’appello dimezzò la pena perché l’assassino venne ritenuto in preda a una tempesta emotiva per la sua gelosia”, ha commentato invece l’avvocato dei famigliari delle vittime, Barbara Iannuccelli. “Parliamo di un omicidio avvenuto davanti a un minore, testimone oculare. Niente può giustificare il mancato ergastolo. Siamo increduli. Il messaggio che si manda attraverso questa sentenza è “uomini, se vivete una situazione conflittuale potete eliminare il vostro problema a colpi di fucile che lo Stato vi capirà”.
Le attenuanti generiche - La Procura di Modena aveva chiesto la massima pena, ma i giudici hanno riconosciuto le attenuanti generiche equivalenti rispetto alle aggravanti, escludendo premeditazione, motivi abietti e futili, la crudeltà e ritenendo “assorbiti” nell’omicidio i maltrattamenti che per anni Gabriela aveva denunciato e che l’avevano portata alla separazione, che sarebbe dovuta avvenire all’indomani del femminicidio. La sentenza spiega poi come il delitto sia avvenuto in un contesto di forte conflitto tra Montefusco e le due donne, con denunce reciproche. Secondo i giudici il movente “non può essere ricondotto e ridotto a un mero contenuto economico” sulla casa dove vivevano. Ma è piuttosto da riferirsi “alla condizione psicologica di profondo disagio, umiliazione e enorme frustrazione vissuta dall’imputato, a cagione del clima di altissima conflittualità”. Condizioni che secondo la Corte modenese gli hanno provocato un “black out emozionale ed esistenziale” e che lo hanno portato ad agire in “un impeto d’ira” senza autocontrollo.
Le fucilate - Quella mattina Renata aveva tentato di scappare scavalcando un muretto e il patrigno dopo averla ferita, “la finì con colpi di fucile al cranio per cagionarne una rapidissima morte”. Anche per Gabriela stessa sorte. Una fucilata alle spalle e una in testa. Montefusco, secondo i giudici, “non voleva provocare alla donna sofferenze ulteriori e gratuite”.










