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di Sergio Labate*

Il Domani, 26 maggio 2025

Gaza, il diritto d’asilo in Europa, la storia di un mendicante a Verona. Cos’hanno in comune queste storie? Sono sintomi del fatto che non possiamo capire ciò che sta accadendo se non osserviamo allo stesso tempo i muri e le deportazioni. Le due cose stanno insieme: fermare o costringere a muoversi. Si tratta di uno stesso esercizio del potere che si rivolge a un elemento fondamentale della nuda vita, la necessità di sentirsi a casa del mondo. Tre indizi non provano una storia, specie quando la storia si presenta così oscura e invadente come in questi anni. Però qualcosa segnalano, sono sintomi di dove sta andando il mondo. Il nostro mondo che chiamiamo Occidente, quello di cui facciamo parte sia quando lo difendiamo sia quando ci indigniamo.

Gli indizi - Il primo indizio è il più grande ed è ormai la cartina di tornasole della nostra verità. Si chiama Gaza, un esperimento in cui l’Occidente sta pensando sé stesso in termini di pura crudeltà, oltre la propria grande invenzione dei diritti fondamentali e i limiti che essi imporrebbero alla sovranità del più forte. Da Gaza non si può più tornare indietro: la verità su ciò che noi stessi siamo è irreversibilmente cambiata. Tra le tante cose, mi colpisce come ormai ci siamo rassegnati all’idea che si possano spostare centinaia di migliaia di persone dal posto in cui hanno le proprie radici verso luoghi con cui non si hanno legami e, oltretutto, decisi da noi e non da loro. Si progetta una deportazione di massa e noi cerchiamo soltanto le parole giuste per dirlo senza rovinare l’umore di coloro che la stanno prospettando.

Il secondo indizio è un po’ più piccolo, almeno per estensione. Riguarda l’Europa e le sue politiche sul diritto d’asilo. Non un diritto qualsiasi, ma l’origine di ogni diritto: l’ospitalità dovuta al prossimo che non ha dove stare. Come spiegato perfettamente (e dolorosamente) su questo giornale da Marika Ikonomu, la Commissione europea ha in progetto di oltrepassare - quanto a razzismo - il modello Albania del governo italiano. In particolare, colpisce che il diritto d’asilo diventi inammissibile se la persona che lo richiede sta in un “paese sicuro”.

Ecco, la Commissione europea ha deciso di cancellare la necessità che vi sia un legame - anche tenue - tra il paese sicuro e la persona che viene ospitata. Il che vuol dire semplicemente una cosa: che anche l’Europa, come Israele, può decidere dove debbano vivere le persone che richiedono protezione e non persecuzione. Come nel primo caso, stiamo accettando che i migranti siano oggetto di una deportazione di massa, verso luoghi dove saranno costretti a vivere dall’arbitrio di un potere che definisce le loro vite, i loro bisogni, i loro legami, ecc.

Il terzo indizio è ancora più piccolo e, per fortuna, contiene anche un seme di speranza. È la storia di un uomo fermato dalla Polizia municipale di Verona mentre faceva pacificamente l’elemosina, senza alcun comportamento molesto o sospetto. A questa persona è stato notificato un Daspo urbano: un divieto di sostare o di tornare nella città dove la sua povertà destava scandalo. Anche qui, la pena preventiva consiste nel decidere dove un altro debba stare, contro ogni principio elementare di autodeterminazione. In questi giorni il Consiglio di Stato ha annullato questa sentenza, stabilendo che non avendo commesso alcun reato, quella persona non poteva essere punita. Dove non c’è reato, non può esserci pena: un altro principio elementare che l’Occidente ha scelto di dimenticare.

Ieri ho dovuto sradicare una piantina per poi sistemarla da un’altra parte del giardino. Il mio vicino di casa, un vero umarell e convinto elettore di destra, mi ha guardato con disprezzo: “Non si può sradicare una pianta in questo modo e in questa stagione dell’anno”.

Così mi ha detto. L’Occidente e il suo doppio standard, persino tra piante ed esseri umani. Non ci azzardiamo a sradicare le piante ma non ci scandalizziamo più se i nostri governi sradicano persone e le “re-impiantano” non dove possono crescere meglio, ma dove danno meno fastidio ai nostri interessi. Per allontanare la nostra vergogna, questo esercizio di potere applicato coattivamente a masse inermi di persone lo definiamo remigrazione (si legga su questo il bell’articolo di Giulia Giraudo su Jacobin). Ma il suo nome è uno soltanto: deportazione. La verità è che non possiamo capire ciò che sta accadendo se non osserviamo allo stesso tempo i muri e le deportazioni. Le due cose stanno insieme: fermare o costringere a muoversi. Si tratta di uno stesso esercizio del potere che si rivolge a un elemento fondamentale della nuda vita, la necessità di sentirsi a casa del mondo, di poter stare in un posto dove si vuole stare e non dove si è costretti a stare. Cos’è il potere, in Occidente? Non è più ciò che garantisce a ciascuno il diritto fondamentale di potersi liberamente muovere o star fermo, ma è ciò che decide del muoversi e dello star fermo di tutti coloro che decide letteralmente di perseguitare.

Trasformando la vita di persone inermi in un gigantesco e tragico gioco infantile: un, due tre… stella. Masse di persone costrette a fermarsi di fronte a un muro o a muoversi senza poter sapere dove stanno andando. Una voce da fuori urla, decide il loro transitare, il loro stesso passare nel mondo. È la voce del padrone, certo. Ma è anche la fine di una civiltà e la sua resa al silenzio, non ne dubito.

*Filosofo