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di Gianmario Verona

Corriere della Sera, 23 marzo 2022

Per i ventenni che si battono per i diritti e l’inclusione un conflitto è la cosa più incoerente e anacronistica possibile. La guerra no. Se c’è una cosa che la Generazione Zeta non avrebbe mai immaginato, quando dal 2018 andava in piazza combattiva, ma sorridente, per protestare per un pianeta migliore e una salvaguardia ambientale che i politici hanno in tutti questi anni ignorato, era la guerra. La guerra che con carri armati e missili rade al suolo città nel cuore dell’Europa, facendoci ripiombare improvvisamente nella prima metà del “secolo breve”. La parola guerra non esiste nel vocabolario di chi ci osserva attonito dai banchi di scuola e dalle aule dell’università di tutto il mondo.

La guerra, nella testa di chi combatte per i valori fondamentali di inclusione, per i diritti Lgbtq+, contro le discriminazioni di ogni genere, è la cosa più incoerente e anacronistica che possa esistere. Ed è l’ennesima dimostrazione di uno scollamento totale tra il presente e il futuro delle ragazze e dei ragazzi di oggi e la politica, che non è evidentemente più in grado di rappresentarli. E questa è una novità nella storia di Sapiens.

Le nuove generazioni sono da sempre portatrici di innovazione e sono sempre state riottose nei comportamenti e nei modi rispetto alla conservazione dei loro padri e dei loro nonni. Si nasce incendiari e si muore pompieri, si dice. Ma, ad esempio, i giovani di allora - la Generazione Silente dei nostri bisnonni e nonni - è andata in guerra per difendere i valori identitari della propria nazione che la politica in cui loro si identificavano rappresentava. Negli anni Sessanta e Settanta i giovani di allora - i Boomer e la Generazione X - hanno protestato e combattuto per ideali, giusti o sbagliati che fossero, che la politica proponeva.

Oggi no. Oggi si sta verificando uno scollamento totale. Oggi si va in guerra mentre, come capita in Bocconi, una studentessa russa condivide il banco con una ucraina, senza capire cosa sta accadendo. Loro, che sono native digitali, che sono portatrici di valori globali. Che hanno voluto una istruzione europea, internazionale e condividono la classe con trentacinque altre nazionalità di quattro continenti. Che vogliono salvare il pianeta e credono nella diversità e nell’inclusione. Che guardano serie tv in coreano, ascoltano musica trap americana con suoni latino-americani, e parlano oltre alla loro lingua madre, l’inglese e la lingua dei computer, quella dei social che li rende uniti dalla mattina alla sera dall’Australia all’Alaska.

Cosa fa la politica per questa generazione? Fa la politica del populismo, che, senza soluzioni concrete, si riempie di promesse illogiche e controproducenti. Fa la Brexit, che promette di far tornare il lavoro e che sta invece progressivamente isolando il Regno Unito e ha definitivamente messo in ginocchio i lavori soprattutto del ceto medio che per la Brexit aveva votato. Fa la “America first” di Trump, che anziché unire all’interno, esacerba le differenze al suo interno e amplifica le diversità tra Stati blu e rossi, culminando nell’assalto surreale al Campidoglio. Ora fa anche la guerra militare nel cuore dell’Europa, in coda a una guerra storica ancora non vinta contro una pandemia globale. E nonostante le grida assordanti dei social ucraini e i silenzi altrettanto assordanti della maggioranza di social russi, non sa come intervenire per paura di un terzo conflitto mondiale, quello che Einstein non sapeva immaginare come sarebbe stato combattuto, certo che l’eventuale quarto ci avrebbe fatto tornare all’età della pietra.

Che spettacolo disarmante agli occhi delle ragazze e dei ragazzi che protestavano per salvare il pianeta e per i diritti Lgbtq+. Bravo Fabri Fibra, che conosce la generazione Zeta e le spiega che la politica “fa mille promesse (...) ha una risposta a ogni tua domanda (...)”, ma è appunto solo “propaganda”. Bravo Sting che ripropone la sua struggente “Russians”, figlia della guerra fredda ma tornata moderna per la guerra vera. E bravo Terminator-Schwarzenegger che con la sua popolarità, invidiabile per Putin, parla diretto al cuore dei russi.

Ma il punto è proprio questo: in un mondo oggettivamente sempre più complesso e interconnesso occorre una leadership politica non solo più competente, ma allineata ai valori del futuro. Dopo una ondata di populismo dilagante sembravamo tornati a parlare di cose concrete, almeno in Europa continentale. Del resto la forza del progetto Next Gen Eu è proprio questa: pensare al futuro delle ragazze e dei ragazzi per dar loro un mondo migliore. Questa la sola prospettiva concreta da adottare per affrontare i problemi crescenti di un mondo sempre più complesso.