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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 14 marzo 2023

I reclusi con problemi di droga (prevalgono crack e cocaina) sono 15mila: quasi il 30% del totale. Dall’ultima relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia, emerge che alla data del 31 dicembre 2021, nelle carceri erano presenti 15.244 detenuti tossicodipendenti, corrispondenti al 28% dell’intera popolazione penitenziaria. Il dato è quindi oggettivo: se venissero raggiunti da una misura di comunità, non si avrebbe alcun problema di sovraffollamento nelle carceri italiane.

Per comprende ancora meglio il fenomeno, è interessante riportare i dati relativi alla “classe sociale” di appartenenza. La condizione occupazionale (prima della detenzione) è stata comunicata per 12.645 persone tossicodipendenti che rappresentano l’80% dell’utenza in carico ai servizi per le dipendenze; percentuali nettamente inferiori si osservano per la popolazione femminile (52%) mentre, per le altre categorie di utenza, le percentuali si attestano tra il 72% e il 77%.

La maggior parte di persone tossicodipendenti era disoccupata, con percentuali più elevate nella popolazione femminile (60,4%); un’occupazione stabile è stata indicata in ugual percentuale tra la nuova utenza (21,6%) e tra quella già nota (21,7%) e aumenta al 24% tra gli uomini e le persone nazionalità italiana. L’occupazione occasionale è maggiormente diffusa tra i detenuti di nazionalità straniera (21%) e valori minimi si osservano per il contingente di genere femminile (10%). Le condizioni di inabilità al lavoro o di ritirati dal lavoro, e l’occupazione come casalingo/ a e studente/ ssa sono riferite con percentuali inferiori al 5%.

L’analisi sulla sostanza d’uso primaria rilevata sulla quasi totalità delle persone detenute con problemi di tossicodipendenza (15.851, sebbene con una certa variabilità tra le diverse categorie di utenza) indica che la metà dell’utenza ristretta in carcere è assistita per uso primario di cocaina o crack, senza differenze rilevanti tra nuovi utenti e utenti già noti ai servizi e tra detenuti di nazionalità italiana e straniera. Relativamente all’uso di oppioidi, oltre il 50% delle detenute ne riferisce l’uso primario, a fronte del 32,7% della popolazione maschile.

Quest’ultima sostanza rappresenta la seconda tipologia di sostanza primaria maggiormente diffusa tra l’utenza, con percentuali più elevate tra gli assistiti già noti ai servizi (37,2% vs. 27,6% nuovi utenti) e tra i detenuti di nazionalità italiana (35,1% vs. 28,7% stranieri). L’uso primario di cannabis è riferito dal 13,5% della nuova utenza e dal 10% dei detenuti di genere maschile e di nazionalità straniera.

Sempre dall’ultima relazione al Parlamento, emerge che l’uso primario di cocaina e crack tra i detenuti tossicodipendenti coinvolge quasi 7.000 persone che rappresentano la metà dei soggetti detenuti per i quali è stata rilevata la sostanza d’uso primario.

Ad eccezione del Friuli Venezia Giulia, nelle altre regioni e province autonome, le percentuali di utenti che hanno riferito l’uso primario di tale sostanza varia da un minimo del 30,6% in Liguria ad un massimo del 64,5% in Lombardia. All’Italia nord-occidentale va attribuito il primato dell’uso di cocaina/crack quale sostanza primaria (57,9%) tra i detenuti tossicodipendenti, e a seguire le aree dell’Italia meridionale (50,0%) e centrale (47,0%).

Ritorniamo ai dati di incidenza sul sovraffollamento. Secondo lo studio riportato sul libro bianco sulle droghe promosso dalla Società della Ragione, Antigone e altre realtà associative che denunciano l’attuale legge sulle droghe, nel corso degli anni - dopo alcune parentesi - si è verificato gradualmente un aumento dei detenuti tossicodipendenti in carcere. Dopo che la legge Fini Giovanardi è decaduta grazie alla sentenza della Consulta del 2014, nel giro di cinque anni i detenuti presenti sono scesi del 23,2%, dai 67.961 del 2010 ai 52.164 del 2015 (-15.797).

Dal 2016, però, il trend si è nuovamente invertito, fino a superare, al 31 dicembre 2019, per la prima volta dal 2013, quota 60mila detenuti. Poi è arrivato il Covid e il forzato decongestionamento delle carceri, netto nel 2020, meno nel 2021, coi detenuti presenti che tornano a salire. Emerge in maniera chiara la passività del legislatore rispetto al problema del sovraffollamento carcerario: nulla è stato fatto se non quando la Cedu (sentenza Torreggiani), la Consulta o la pandemia hanno imposto un cambio di rotta. Aumentano quindi sia detenuti per la legge sulla droga (+ 1%) sia i tossicodipendenti presenti (+ 1.096; + 7,7%). Quest’ultima, una percentuale decisamente in crescita.

I dati sono chiari, così com’è altrettanto chiaro che il carcere non è un posto idoneo alla cura di chi è tossicodipendente. Punizione e trattamento non sono compatibili.

La proposta lanciata dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro che è volta a spostare i detenuti tossicodipendenti in comunità protette, è una soluzione che va nella direzione giusta. Poi ci sarebbe la legge sulla droga che andrebbe riformata, ma questa è un’altra grande storia.