di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 9 febbraio 2026
La gestione della paura, alimentata dalla propaganda, può avere effetti negativi anche in ambito legislativo. Ne è convinto l’avvocato Nicola Canestrini. “La legislazione emotiva - dice - non è efficace perché non affronta le cause strutturali dei fenomeni che pretende di contrastare. È, per usare la celebre definizione di Luigi Ferrajoli, “populismo penale”: l’uso demagogico e congiunturale del diritto penale, diretto ad alimentare la paura con misure tanto antigarantiste quanto inefficaci alla prevenzione della criminalità”.
Avvocato Canestrini, la creazione di nuove norme, dettata dall’onda emotiva, può essere davvero efficace?
“No, e i dati lo dimostrano in modo inequivocabile. Il meccanismo è ormai collaudato: un fatto di cronaca, stavolta gli scontri di Torino del corteo Askatasuna, viene strumentalizzato per accelerare provvedimenti già nel cuore e nella mente dell’esecutivo, cavalcando l’onda emotiva dell’opinione pubblica. Ma la legislazione emergenziale non produce sicurezza, che viene invece usata come slogan dietro al quale alterare l’equilibrio fra potere e diritti a discapito di questi ultimi. In diciotto anni abbiamo avuto sette pacchetti sicurezza. Solo nei primi due anni del Governo Meloni sono stati introdotti decine di nuovi reati, una media di due al mese, aggravanti e inasprimenti di pena per centinaia di anni di carcere in più nel nostro ordinamento. Una cifra destinata ad aumentare con i provvedimenti successivi, incluso il decreto del 5 febbraio. Eppure, secondo l’Istat, la percezione di insicurezza legata alla criminalità è in costante miglioramento: il problema che si pretende di risolvere non esiste nei termini in cui viene rappresentato. Il caso dei metal detector nelle scuole, ancora una volta partendo da un fatto di cronaca, è paradigmatico dell’inefficacia strutturale di questo approccio”.
Viene in mente quanto accade oltreoceano…
“Gli Stati Uniti rappresentano il laboratorio più ampio e longevo di questa politica. Un’analisi di circa tre milioni di scansioni in due mesi ha rilevato solo 126 possibili armi sequestrate; ogni 23.000 studenti controllati, viene rinvenuto un solo oggetto pericoloso. Una meta-analisi di quindici anni pubblicata sul Journal of School Health ha concluso che non vi sono dati sufficienti per determinare se la presenza di metal detector riduca il rischio di comportamenti violenti. L’FBI ha rilevato che il 60% delle sparatorie scolastiche ha origine all’esterno dell’edificio principale. La violenza giovanile richiede investimenti in servizi sociali, supporto psicologico, formazione degli insegnanti, riduzione delle disuguaglianze. I metal detector richiedono solo un appalto. Forse è questa la vera ragione della loro attrattiva”.
Sicurezza effettiva e percezione della sicurezza. La seconda tende a prevalere e a condizionare l’attività del legislatore?
“Assolutamente sì, e questa è forse la distorsione più grave. La narrazione emergenziale del governo stride con i dati reali: la criminalità è in calo, la percezione di insicurezza migliora costantemente. Ma proprio l’approvazione di decreti sicurezza o le massicce campagne securitarie hanno avuto l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato. Hanno alimentato la paura e il senso di insicurezza diffuso, con l’obiettivo non di proteggere i cittadini, ma di consolidare il consenso politico attraverso la gestione della paura. Il meccanismo è circolare e perverso. Ogni fase politica individua il suo “elemento di disturbo”, chi migra, il “maranza”, chi manifesta, chi soccorre in mare, la madre Rom, chi è detenuto, la studentessa o lo studente con il coltello, su cui intervenire con provvedimenti spot che introducono forti elementi di repressione e propagano un’idea distorta di sicurezza. Si trasforma il diritto penale in strumento di gestione del consenso e dell’ordine pubblico. E dire che il ministro Nordio, uscendo dal Quirinale dopo aver giurato, si fosse speso per la depenalizzazione. La vena securitaria ha poi prevalso. La percezione, costruita mediaticamente e alimentata dalla legislazione stessa, prevale sistematicamente sulla sicurezza effettiva nel determinare le scelte del legislatore. Si governa con la paura, invece di governare la paura”.
Una legislazione d’emergenza rischia di portare ad una compressione dei diritti?
“Non rischia, la produce. E lo fa in modo sistematico, incrementale, su più fronti simultaneamente. Prendiamo le misure del decreto odierno e dei provvedimenti che lo precedono. Il cosiddetto scudo penale incide sull’obbligatorietà dell’azione penale di cui all’articolo 112 della Costituzione, introducendo un filtro valutativo anticipato estraneo alla struttura del nostro sistema processuale. Il fermo preventivo, il trattenimento fino a dodici ore di persone “sospettate di costituire un pericolo”, è una limitazione della libertà personale, protetta dall’articolo 13 della Costituzione, fondata non su un fatto di reato già commesso ma su una prognosi di pericolosità futura. Il DASPO urbano esteso ai meramente denunciati confligge frontalmente con la presunzione di non colpevolezza dell’articolo 27, comma 2, della Costituzione. L’articolo 270-quinquies.3 del Codice penale, introdotto dal DDL 1660, punisce la semplice detenzione di materiale informativo. Si abbandona il principio della materialità del reato per entrare nel territorio della punizione basata su intenzioni ipotetiche. Il filo conduttore è il diritto penale del nemico: non si punisce ciò che una persona ha fatto, ma ciò che si presume potrebbe fare. Dal fermo preventivo alla criminalizzazione della resistenza passiva nelle carceri e nei Cpr, in contrasto con la giurisprudenza della Corte di Cassazione, che ha ripetutamente chiarito che la resistenza passiva non può essere considerata reato, si compone un quadro in cui le garanzie costituzionali vengono erose, decreto dopo decreto. Non è un caso che oltre 250 costituzionalisti, tra cui tre presidenti emeriti della Corte costituzionale, Zagrebelsky, de Siervo e Silvestri, abbiano denunciato una “impostazione autoritaria, illiberale e antidemocratica, non episodica od occasionale ma mirante a farsi sistema”. L’Anm ha riscontrato profili di illegittimità costituzionale. Le Camere penali hanno sintetizzato con amarezza: “peggio del disegno di legge sulla sicurezza c’è solo il decreto legge sicurezza”. Le misure emergenziali introdotte “per sicurezza” hanno una caratteristica comune: non vengono mai rimosse. Diventano parte del paesaggio, assuefazione collettiva, nuovo punto di partenza per ulteriori restrizioni. I diritti fondamentali vengono prima ristretti per qualcuna o qualcuno, e ovviamente in quel momento perdono la loro natura di diritti assoluti, divenendo quasi concessioni del potere.
I “fondamentalismi securitari” sono una bandiera politica con la quale si cavalcano le emozioni del momento?
“Sono esattamente questo: bandiere politiche. Ma è riduttivo fermarsi a questa constatazione, perché il fondamentalismo securitario non è solo propaganda, è un progetto normativo coerente che ridisegna il rapporto tra Stato e cittadini. L’asimmetria strutturale è rivelatrice. Da un lato, il cittadino viene progressivamente assoggettato a un regime di controllo preventivo: può essere fermato per quello che potrebbe fare, allontanato da intere aree urbane sulla base di mere denunce, sottoposto a perquisizioni durante le manifestazioni, passato ai raggi X fin da piccolo e, dunque, abituato al controllo, alle restrizioni, punito per proteste pacifiche come complice dei violenti per aver esercitato tecniche nonviolente come la resistenza passiva, criminalizzato per il possesso di informazioni. Dall’altro, chi esercita il potere coercitivo dello Stato ottiene uno scudo contro le indagini, la facoltà di portare armi personali anche fuori servizio senza licenza, copertura delle spese legali fino a 10.000 euro per fase processuale anche anticipate, e continua ad operare senza obbligo di identificazione individuale. Sono trascorsi venticinque anni dal G8 di Genova, dove la Corte europea dei diritti dell’uomo accertò la tortura e condannò l’Italia per l’inadeguatezza del quadro normativo. Alcuni dei funzionari condannati in via definitiva sono stati addirittura promossi. Anziché trarre le dovute conseguenze da quella lezione, l’Italia procede nella direzione opposta: più protezione per chi esercita la forza, meno garanzie per chi la subisce. Uno Stato che tratta i propri cittadini come potenziali nemici, dal detenuto allo studente, dal manifestante al migrante, mentre garantisce ai suoi agenti anonimato e protezione dalle indagini, non protegge la sicurezza dei cittadini. Protegge sé stesso dai cittadini”.









