di Marco Follini
La Stampa, 24 aprile 2025
L’invito del governo affinché le celebrazioni del 25 aprile siano “sobrie” è apparso come una via di mezzo tra un’ovvietà e un’offesa. È del tutto scontato infatti che i giorni del lutto per la scomparsa del Pontefice debbano essere improntati al rispetto del dolore collettivo. Ma è anche assai probabile che quell’inopinato richiamo alle buone maniere venuto da Palazzo Chigi voglia essere un modo, non proprio disinteressato, per derubricare i “festeggiamenti” antifascisti. Quasi che quei raduni, quei discorsi, quei cortei avessero in sé qualcosa di ludico, di non appropriato. O magari di troppo divisivo. Il fatto è che in quel richiamo alla “sobrietà” delle date altrui sembra di ravvisare una volta di più quella sorta di doppiezza con cui la nuova destra vive il passato alla vecchia maniera.
Pagando l’obolo di una doverosa presa d’atto. Ma contemporaneamente insinuando che dietro il tripudio per la liberazione del paese al tempo che fu si nasconda qualcosa d’altro. O meglio, qualcosa che appartenga solo agli altri. Come se dalle parti del governo e della maggioranza si restasse sempre in sospeso tra i doveri e i sentimenti.
Ora, non c’è dubbio che la sobrietà sia sempre una buona causa. E dunque lì per lì vorrebbe quasi voglia di rendere omaggio all’invito governativo. Tanto più che esso si deve intendere in qualche modo rivolto agli stessi autori, che di quel parlare sottovoce e di quell’indole alle buone maniere non si può certo dire che tendano ad abusare. Fosse così, sarebbe giusto appunto dar ragione all’autore di quel richiamo alle regole del lutto nazionale. Ma il timore in questo caso è che il galateo sia più una scusa che un progetto, più una circostanza che un’intenzione. Il che ci riporta dentro l’arena -sia pure per affrontarsi anche solo a colpi di accenti e di sfumature.
Il fatto è che, a dispetto di alcune delle sue buone intenzioni, questa destra sembra sempre aver bisogno di ravvivare il sentimento polemico e di trovare avversari verso cui puntare il dito. E quegli avversari il più delle volte sembra andarseli a cercare proprio nel passato. Poiché essa immagina di essere padrona del presente e di aver quasi -quasi- ipotecato il futuro. Ma può confidare in questo suo primato solo a patto che sul passato cali una fitta coltre di opacità. E non si rende conto invece che in politica è proprio il passato che contiene la maggior quota del nostro destino. Capirlo troppo tardi non salverà né le coscienze, né il potere. E forse neppure le buone maniere.











