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di Marco Cappato*

La Repubblica, 20 luglio 2025

In Parlamento si discute di fine vita. Quarant’anni dopo la prima proposta di legge per l’eutanasia a firma Loris Fortuna, a vent’anni dal caso Welby e a otto dal primo sollecito della Corte costituzionale, si vorrebbe poter dire “finalmente”. Potrebbe però non essere una buona notizia per chi soffre e chiede libertà di scelta. Delle regole sul fine vita, infatti, già esistono e c’è il concreto rischio che siano drasticamente peggiorate. Sono passati sette anni da quando la Corte costituzionale, con la sentenza sull’aiuto da me fornito a Dj Fabo, depenalizzò il suicidio assistito. Da allora i capi partito di ogni colore hanno continuato a ripetere “ci vuole una legge!” senza mai volerla fare, contando sul boicottaggio della sentenza da parte delle strutture sanitarie.

Poi però la sentenza ha iniziato a essere applicata: otto persone hanno ottenuto legalmente l’aiuto a morire e la Toscana ha approvato la nostra legge regionale di iniziativa popolare che stabilisce procedure e tempi certi che il servizio sanitario deve rispettare nel dare risposta a chi soffre.

Dopo l’approvazione della legge toscana e la sua applicazione nel caso di Daniele Pieroni i partiti di maggioranza si sono detti che il boicottaggio non è più sufficiente. Una legge è diventata indispensabile anche per loro: non per disciplinare l’attuazione del diritto già stabilito dalla Consulta, ma per cancellarlo. Non per consentire quella che Massimo Recalcati ha definito “la resa di fronte all’inesorabilità del male”, ma per ridare campo libero all’accanimento contro la volontà del malato e i pronunciamenti della Corte.

Il testo di legge del governo è stato reso pubblico il giorno in cui Meloni ha incontrato il Papa ed è stato approvato in Commissione in fretta e furia. È una proposta che annulla il diritto oggi esistente all’aiuto alla morte volontaria in tre modi:

1. riduce la platea potenziale degli aventi diritto, trasforma il criterio della “dipendenza da trattamenti di sostegno vitale” in “trattamenti sostitutivi di funzioni vitali”, escludendo le persone dipendenti da assistenza e trattamenti forniti da familiari o caregiver;

2. prevede tempistiche tali da negare di fatto l’aiuto alla morte volontaria di malati terminali o con malattie neurodegenerative che potrebbero attendere fino a sei mesi una risposta;

3. cancella il ruolo del servizio sanitario nazionale sostituendo il parere consultivo dei Comitati etici territoriali e la valutazione dei medici della Asl con la decisione di un Comitato nazionale di nomina governativa che non avrà la possibilità di stabilire un rapporto personale con i malati; la persona che abbia ricevuto il parere positivo dal Comitato dovrebbe a quel punto rivolgersi ai privati, in Italia o in Svizzera.

Un’ultima considerazione riguarda il metodo scelto. In Francia e in Gran Bretagna il dibattito sull’aiuto alla morte volontaria si svolge fuori da logiche di partito. In Gran Bretagna il testo è passato con il voto contrario di due ministri. In Francia il testo di iniziativa parlamentare è stato preceduto da un’assemblea di cittadini estratti a sorte, durata mesi.

In Italia il governo ha invece deciso di portare in aula un testo che è espressione dell’accordo tra i partiti di maggioranza, sul quale non ha condotto alcuna consultazione, a parte quelle informali con la Cei.

Come Associazione Luca Coscioni abbiamo deciso di mettere a disposizione una proposta alternativa, nel metodo e nel contenuto: la legge di iniziativa popolare “Eutanasia legale”, già sottoscritta da oltre 50.000 persone, che va nella direzione del rafforzamento dei diritti esistenti, per consentire l’aiuto alla morte volontaria anche per mano di un medico e anche per pazienti non dipendenti da trattamenti sanitari. Non ci facciamo illusioni. Le stesse persone che hanno boicottato per anni l’applicazione dei diritti esistenti ripeteranno ora il mantra “abbiamo fatto la legge che tutti chiedevano”.

Davanti a un tema sentito e vissuto, come quello della legalizzazione dell’eutanasia, l’unico modo per tenere insieme proibizioni violente e consenso popolare è infatti mischiare le carte, far credere che con la nuova legge arrivino nuovi diritti. Il compito di spiegare come stanno le cose è di ciascuno di noi, dentro e fuori le istituzioni.

*Associazione Luca Coscioni