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di Simona Musco

 

Il Dubbio, 30 gennaio 2020

 

La richiesta della Camera penale di Milano. A pochi giorni dall'inaugurazione dell'anno giudiziario scoppia la "grana" Piercamillo Davigo. Con la richiesta, da parte della Camera penale di Milano, di annullarne la partecipazione alla cerimonia di Milano in qualità di rappresentante del Csm, e la secca risposta da parte dell'organo di autogoverno delle toghe, che ha bollato come "irricevibile" l'istanza, paragonandola ad una censura. Un dibattito che ruota tutto attorno alle posizioni di Davigo sulla Giustizia e, in particolare, sulla prescrizione, attaccate dai penalisti di tutt'Italia come un attentato al principio del giusto processo.

Tutto parte dalla lettera inviata il 24 gennaio dalla Camera penale di Milano "Giandomenico Pisapia", guidata da Andrea Soliani, al Capo dello Stato Sergio Mattarella, in qualità di presidente del Csm, al primo presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Mammone e al procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi. Una lettera con la quale i penalisti hanno definito la presenza del magistrato a Milano una "inopportunità istituzionale", considerate "le posizioni ideologiche pubblicamente manifestate dal consigliere Davigo".

L'ultima occasione è data dall'intervista al Fatto Quotidiano, sulle cui colonne il magistrato ha proposto una sorta di "multa" per gli avvocati autori di ricorsi in Cassazione giudicati inammissibili. Parole alle quali aveva replicato, nei giorni scorsi, anche il presidente del Consiglio nazionale forense, Andrea Mascherin, secondo cui il giusto processo "non può essere inteso come un percorso a ostacoli per la difesa, disseminato di sanzioni processuali e pecuniarie", bensì "si fonda sul riconoscimento del ruolo costituzionale dell'avvocato oltre che sulla necessaria autonomia e indipendenza della magistratura". Per i penalisti, dunque,

quelle di Davigo sono "esternazioni che negano i fondamenti costituzionali del giusto processo, della presunzione di innocenza e del ruolo dell'avvocato nel processo penale, che viene marchiato come soggetto sodale con gli interessi più negativi e lucrativi nell'innestare meccanismi difensivi pretestuosi e dilatori".

Ma non solo: tali affermazioni, già "di per sé molto gravi", continua la lettera, "diventano inaccettabili se pronunciate, come nel caso del consigliere Davigo, da un magistrato che riveste l'alta funzione istituzionale di consigliere del Csm". Dichiarazioni, sottolineano ancora i penalisti, già sottoposte al vaglio dell'organo preposto per indagare eventuali profili di responsabilità disciplinare e che stanno alla base della "contrarietà" manifestata dagli avvocati milanesi, che hanno auspicato "una rivalutazione della designazione a suo tempo effettuata". Ma la richiesta è stata fermamente respinta dal Comitato di presidenza del Csm, composto dal vicepresidente David Ermini, dal presidente Mammone e dal pg Salvi che, con un gesto raro rispetto alla grammatica istituzionale del Consiglio superiore, hanno replicato ai penalisti con una nota. Un modo per sottolineare la gravità attribuita all'uscita della Camera penale. "Stupisce che venga proprio da una associazione di avvocati - si legge nella nota - la richiesta di censurare la libera manifestazione del pensiero".

Una richiesta "irricevibile, sia per i suoi contenuti, volti a sanzionare la libera manifestazione del pensiero, sia perché irrispettosa delle prerogative di un organo istituzionale". Parole fatte proprie anche dal membro laico del Csm in quota M5s, Fulvio Gigliotti, che manifestando "grande stupore" ha preso pubblicamente le distanze dalla Camera penale, ha dichiarato "il più fermo rigetto della sollecitazione ricevuta, la quale riesce, in un colpo solo, a mettere inusitatamente in discussione l'equilibrio delle delibere di un organo a rilevanza costituzionale e la libertà di opinione individuale, oltre che la figura di un degnissimo magistrato che, proprio dalla sede di Milano, ha contribuito a scrivere pagine tra le più significative della storia giudiziaria del Paese".

ulla Camera penale milanese si sono abbattute anche le proteste di Area democratica per la giustizia e Autonomia& Indipendenza, che hanno tacciato come inopportuna l'iniziativa degli avvocati. "Le idee non condivise si contrastano con argomenti nell'ambito del confronto e del dibattito. Tutto il resto è frutto della degenerazione culturale che il nostro Paese sta vivendo, e gli avvocati italiani dovrebbero esserne ben consapevoli", si legge in una nota del coordinamento di Area. Che pur sottolineando la distanza dalle posizioni di Davigo, più volte "confutate pubblicamente", ha definito "contrario alle regole fondamentali del vivere democratico discriminare chiunque in base alle opinioni espresse, e ancor di più tentare di privarlo del diritto di parola".

Più polemica la nota di A& I, gruppo di appartenenza di Davigo, che ha accusato i penalisti di non aver "alcuna volontà di concorrere a rendere la giustizia italiana più efficiente e più giusta trovando assai più comodo giocare il ruolo degli offesi (da cosa non si sa). Abbiamo sempre pensato che l'avvocatura dovesse rendersi interprete del diritto di difesa costituzionalmente garantito - continua la nota. Oggi abbiamo capito che, nella realtà, non è così. Ma noi magistrati non ci perdiamo d'animo e continueremo nella nostra incessante opera di tutela dei principi fondanti della giurisdizione".

Critica anche la giunta dell'Associazione nazionale magistrati, secondo cui la richiesta della Camera penale è "contraria a elementari regole di correttezza istituzionale". Invece di confrontarsi con il merito delle dichiarazioni altrui, sottolinea la nota dell'Anm, "si pretende che al soggetto portatore di opinioni divergenti venga tolta la parola. L'iniziativa, mera provocazione, contraddice i valori che predica di tutelare e si inscrive nella sgradevole ma purtroppo diffusa tendenza di alimentare inutili polemiche al solo fine di fare scalpore".