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di Stefano Giordano*

Il Riformista, 24 settembre 2026

Da oggi al 29 settembre i penalisti italiani disertano le udienze. Le ragioni meritano di essere sottoscritte senza riserve: i colloqui fra difensore e detenuto, che del processo dovrebbero essere il luogo più inviolabile, captati per mesi nel carcere di Perugia; le garanzie che arretrano; celle in cui la pena smette di essere pena e si fa supplizio. Le Camere penali vanno nella direzione giusta. Ci permettiamo, tuttavia, un’obiezione sullo strumento: è la forma della lotta, non la sua ragione, a non reggere. Paradossalmente, l’astensione è la protesta che fa più comodo a chi la subisce. Il processo si rinvia, il ruolo si alleggerisce, i tempi si dilatano; e il conto, come sempre, lo salda l’imputato. L’avvocato che non si presenta non fa rumore: fa una cortesia.

E proprio di cortesie conviene parlare. Un tempo c’era lo sciopero bianco: si andava in cancelleria, ma senza fotocopie e senza favori. Il deposito telematico ha abolito le code, non le gentilezze. Le copie di cortesia che nessuna legge impone; e in aula il consenso all’acquisizione degli atti dell’accusa, la rinuncia a sentirne i testimoni, l’accordo sulle letture. Il processo penale si regge ogni giorno su ciò che la difesa concede senza esservi tenuta.

Per una settimana, allora, né più né meno di quanto il codice prescrive. Nessuna aula vuota, nessun rinvio: soltanto il contraddittorio pieno che è l’anima del giusto processo. La giustizia non è una concessione dello Stato all’imputato, ma il punto d’equilibrio fra le esigenze dell’uno e i diritti dell’altro, e di chi lo difende. Se il processo funziona, funziona anche grazie al rispetto dei difensori. Si obietterà che i processi si allungheranno. Non si allungheranno: torneranno alla loro misura. Cicerone ci ha tramandato un proverbio già antico ai suoi tempi, summum ius, summa iniuria. Nelle nostre aule accadrebbe il contrario: il diritto preso alla lettera sarebbe l’unica protesta che nessuno può rinviare.

 *Studio Legale Giordano & Partners